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Rosi: «Mancano i registi impegnati a difendere la democrazia»

“Citizen Rosi” Francesco Rosi Roberto Saviano

CINEMA Non voleva farlo perché diceva: «Non voglio nessuna autocelebrazione – ma, gli ripeteva la figlia suo aiuto regista – il film non sarà su di te ma sarà una storia d’Italia attraverso i tuoi film». E, infatti, il bellissimo “Citizen Rosi”, diretto da Didi Gnocchi e Carolina Rosi, presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e dal 18 in sala, riesce a farci riattraversate la storia d’Italia dall’Unità all’oggi, attraverso film del maestro Francesco Rosi, da Salvatore Giuliano a Lucky Luciano, da La sfida a Il caso Mattei a Tre Fratelli.

Una sintesi toccante del come eravamo e di come siamo ancora perché, come dice Carolina Rosi: «Oggi mio padre sarebbe ancora più indignato davanti a tanto trasformismo e al populismo e sarebbe più che mai in prima fila per difendere i valori democratici purtroppo ancora in pericolo, questo film è un atto d’amore verso di lui e verso quel cinema civile in cui lui credeva, un cinema che oggi tende a scomparire perché l’estetica prevale mentre servirebbero piu registi impegnati, più registi come per mio padre per cui era una missione raccontare i fatti e denunciarli, perché credeva al ruolo etico del regista e credeva che i film andassero proiettati nelle scuole».

E alla fine del film ci si chiede quale democrazia siamo riusciti a costruire? «Ma la risposta  è una sola possibile, direi che sta in quello che diceva sempre mio padre: andiamo avanti».

 

 

SILVIA DI PAOLA

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