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Joker, un mascherone per tutte le piazze

Maurizio Zuccari

C’erano una volta le rivoluzioni colorate. Democratiche, spontanee. Dovevano aprire la strada alla libertà nei paesi dell’Est, eliminando uno a uno tristi despoti sopravvissuti al tracollo del comunismo, da Belgrado a Kiev, col marchio serbo Octopor e il mancorrente Cia. Salvo poi accorgersi d’aver rimesso in circolo le miserie della guerra fredda, a sfascio dell’Oriente europeo. C’erano una volta le primavere arabe. Spontanee, democratiche. Salvo poi accorgersi d’aver dato la stura al terrorismo islamico e alla migranza di massa, a sfascio dell’Occidente europeo. 
Tramontato il mito di rivoluzioni e primavere pianificate a tavolino si è passati alle proteste attuali, non meno virali e dirompenti, coi gilet a Parigi e gli ombrelli a Hong Kong. Indipendentemente dalle ragioni della protesta, la morsa della miseria o la voglia di libertà, la tassa su whatsapp in Libano o i rincari della metropolitana in Cile, una maschera le accomuna. Da Beirut a Santiago, da Hong Kong a Roma, il faccione truccato del Joker campeggia nei moti. 
Sarà stato il leone d’oro vinto dal film di Phoenix alla mostra del cinema di Venezia, fattostà che il mascherone dell’anti Batman impazza in piazza e in rete ai quattro angoli del globo, a beneficio dei media. Come già la mascherina di Guy Fawks, il bombarolo cattolico fattosi eroe in V per Vendetta. 
Ma un divo della rivoluzione di cartapesta, dell’anarchismo balordo privo d’ogni substrato ideologico e prospettiva di reale cambiamento, non può non recitare a soggetto, cambiare a ogni messinscena. Basta buttare l’idea, un bel gadget, un marchio di fabbrica nuovo e diverso, e il circo mediatico pensa al resto. 
È l’antagonismo ai tempi del grande fratello, pastura per ogni cervello e frutto d’una oculata regia. Né di destra né di sinistra, anodino & anonimo, banalmente antisistema come vuole il sistema. 

MAURIZIO ZUCCARI

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