Spettacoli

«La mia lettera d’amore per il cinema dell’infanzia»

Cinema/C'era una volta a Hollywood

ROMA Tutta la malinconia di Quentin Tarantino. Tutto il cinema che lo ha fatto innamorare del cinema. E tutto il sapore della vendetta fatta di violenza e sangue di cui ogni sua storia è impregnata. C’è tutto questo nell'ultimo, nono, film del geniale regista, “C’era una volta a Hollywood”, al cinema da oggi, che non smette di credere che la storia  può essere riletta dal cinema e che il cinema può regalare ad ogni storia la sua vendetta, la sua rivincita. Anche ai due protagonisti, che appaiono perdenti da subito, in caduta libera verso il viale del tramonto che già intravedono.

Il Leonardo DiCaprio, attore di serie B che arranca tra una serie tv e l'altra, e Brad Pitt, la sua controfigura tuttofare che prende non solo i colpi delle cadute ma tutti quelli della vita al posto del suo capo.

In mezzo, la storia del fatidico 1969 incarnata da una Margot Robbie-Sharon Tate, attrice in ascesa, moglie di Roman Polanski, incinta, che sarà massacrata dai pazzi seguaci di Charles Manson. 

«Avevo sette anni in quel 69 in cui Hollywood cambiava, cominciava a chiudersi su se stessa e i cancelli delle ville delle star, dopo una serie di omicidi, cominciavano ad alzarsi - racconta Tarantino - Per me  tornare ad allora è scrivere una lettera d'amore al cinema della mia infanzia, perché ho sempre creduto e credo ancora, come già ho racconto  in “Bastardi senza gloria” e “Django Unchained”, gli altri due film di questa trilogia, che il cinema non ha  il potere di cambiare la storia, ma di certo può influenzarla».

SILVIA DI PAOLA

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