Opinioni

L'eredità del golfista da tiri lunghi

Maurizio Guandalini

L’eredità del golfista Mario Draghi. Driver, bastone per i tiri lunghi. Dal cupolone in vetro. Vista nuvole. Al 43 esimo piano del grattacielo  della Banca centrale europea. A Francoforte. Si fa quello che si può, non l’impossibile. 31 ottobre. E’ il testamento di fine mandato del governatore insonne. I travagli del non più giovane - 72 anni il 3 settembre - banchiere del Vecchio Continente. Che ha sempre vissuto nella condizione assurda, e ambigua, di inventariare i destini di 340 milioni di cittadini, di 19 nazioni, con il solo obiettivo statutario di tenere a bada l’inflazione. Di poco sotto il 2%. Quasi che la moneta sia ovattata in un mondo a sé. Senza passioni, a perseguire elevata occupazione e crescita economica, come, al contrario, rientra negli scopi della Federal Reserve degli Stati Uniti. Che Trump sprona ad abbassare i tassi per infilarsi  a sostenere il sistema produttivo; mentre Draghi sminuzza i tassi ma  esorta la Germania, in rinculo finanziario, ad abbandonare il pareggio dei conti per iniziare investimenti. Farina utile a carburare la locomotiva, che traina pure l’Italia. E soprattutto l’unica leva che può favorire l’aumento dei prezzi.

Ieri è partito l’ennesimo bazooka del quantitative easing. 20 miliardi al mese di acquisto di titoli di stato, e di altro tipo, dalla banche, in cambio dell’immissione di denaro fresco che “dovrebbe” incentivare i prestiti verso le imprese e far crescere l’inflazione. Dovrebbe, appunto. E’ un auspicio. Una intenzione. Un affidamento ai buoni uffici delle banche commerciali. Quelle private. Dove teniamo i risparmi. Dal braccino corto. Poco disposte a dare una mano a famiglie e aziende, indebitate, in una economia che non cresce. Quindi, il quantitative easing ha salvato le banche cariche di titoli tossici, ha curato lo spread acquistando titoli di stati indebitati ma, alla lunga, è vittima dei grandi limiti funzionali, propri, della Banca centrale europea. Dal non stampare moneta in giù. Alla fine,  il ‘draghismo’, non per colpa sua, è incompiuto.

MAURIZIO GUANDALINI

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