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La Lega è pronta a ritirare i suoi ministri

crisi di governo

La Lega è pronta a ritirare i suoi ministri dal Governo Conte. “Domani sarà una giornata importante”. Matteo Salvini durante l'assemblea con i parlamentari della Lega si è lasciato sfuggire solo questo. Ha detto di aver incontrato – ma senza specificare quando – il presidente della Repubblica, Giorgio Mattarella. Per ben tre volte. E vi assicuro – ha spiegato – che è di un altro stile, di lui ci si può fidare. E’ proprio domani che il vicepremier della Lega potrebbe ritirare i ministri dal governo. Dando le dimissioni dal Viminale e così un’accelerazione sulla crisi. Lasciando inoltre la palla al M5S e al Pd. “Al massimo entro 48 ore”, spiega un ‘big’ del Carroccio.  Non voglio più perdere tempo. Avrei pagato io per l’intervista che ha fatto Renzi, non ci volevo credere, ha sottolineato con i suoi il ‘Capitano’. Ora – questo l’invito rivolto ai fedelissimi – bisognerà fare una campagna elettorale contro Renzi e Boschi, tanto la Trenta e Bonafede non li conosce nessuno. Salvini, ragionando sempre con i suoi, non ha escludo di portare gli italiani in piazza qualora si concretizzasse l’inciucio Pd-M5s. Siamo pronti a scatenare un inferno anche alle Regionali, avrebbe detto. Invitando i suoi a non parlare di alleanze: quelle le gestisco io, il ‘refrain’. Il ministro dell’Interno alla fine ha riunito i ministri della Lega per approntare gia’ i temi della campagna elettorale che a suoi dire si giocheranno sul taglio delle tasse e sul sì alle infrastrutture. Le elezioni – ha aggiunto – saranno un referendum, occorre prepararsi a tutto, non allontanatevi da Roma. E in ogni caso – ha riferito – come diceva Bossi quando si prende una decisione non si torna piu’ indietro, con M5s siamo andati fin troppo avanti, ma la pazienza era finita.

I ministri. Ritirare la delegazione dei ministri è un chiaro segnale politico che fa venire meno la fiducia di una parte della maggioranza verso il presidente del consiglio e le sue politiche. Ma dal punto di vista puramente procedurale, e in base ad alcuni precedenti, la strada per affrontare questo passaggio, oggettivamente traumatico, non è segnata in modo univoco.

I precedenti.    Esistono alcuni precedenti famosi e in ognuno di questi ci si è comportati in modo diverso. Pensando solo agli ultimi trent'anni, il primo caso fu il governo Andreotti VI nel 1990. La delegazione della sinistra Dc ritirò i suoi ministri per non avallare la legge Mammì; cinque esponenti, tra cui un giovane Sergio Mattarella, si dimisero. Andreotti chiese e ottenne di nuovo la fiducia dal Parlamento, senza mai aprire la crisi, e sostituì i ministri di cui aveva per pochissimi giorni assunto l'interim.
    Tre anni dopo Carlo Azeglio Ciampi stava per chiedere la fiducia alla camera su un governo sostenuto anche dal PDS che aveva indicato tre ministri d'area ma il voto che non autorizzava la magistratura a procedere contro Bettino Craxi fece saltare l'accordo: il PDS ritirò la sua delegazione ma Ciampi ottenne subito dopo ugualmente la fiducia e nominò tre nuovi ministri. 
Nel 2005 fu Silvio Berlusconi a subire il ritiro di una delegazione, quella dell'Udc, dal suo governo. Ma tutto si risolse con un passaggio al Quirinale e una nuova fiducia al Berlusconi III. Infine il governo Letta: quando Berlusconi annunciò il ritiro della sua fiducia, Letta salì al Quirinale per confrontarsi con il presidente Napolitano, respinse le dimissioni dei ministri di Fi e chiese la fiducia al Senato. In una drammatica seduta Berlusconi all'ultimo minuto cambiò idea e diede il suo sì al governo. Dunque non esiste una prassi concorde su una situazione che ha variabili differenti (nei precedenti ogni volta la situazione è leggermente diversa), che vanno affrontate avendo a mente i precedenti, la Costituzione e un minimo di buon senso.

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