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Addio Andrea Camilleri, un grande “cuntastorie”

camilleri

ROMA Intellettuale immenso. Maestro di cultura e passione civile. Instancabile narratore. Voce libera. Genio. Sono soltanto alcuni degli epiteti con cui è stato ricordato ieri Andrea Camilleri, morto a 93 anni, dopo un mese di ricovero all’ospedale Santo Spirito di Roma per un arresto cardiorespiratorio. E, conoscendolo, chissà quante risate si sarebbe fatte. Lui che non amava  incensare qualcuno post mortem. 

«Io sono stato povero  e ho conosciuto il successo in tarda età. Tutto è arrivato tardi nella mia vita, e questa è una fortuna - aveva detto - mi sento come di aver vinto alla Sisal. Il successo fa venire in prima linea l’imbecillità. Se avessi ottenuto da giovane quel che ho oggi, non so come sarebbe finita. Non conosco il mio livello di imbecillità». 

Effettivamente Camilleri al romanzo vero e proprio (e alla popolarità internazionale) era arrivato tardi grazie a quel commissario Montalbano che ultimamente diceva «essergli di impiccio».

Prima c’erano stati il teatro e la poesia.

Firmò la regia di molte opere di  Pirandello e portò per primo in Italia “Finale di Partita” di Beckett di cui curò anche la versione televisiva con Adolfo Celi e Renato Rascel.

Sempre per la tv negli anni ‘60 si occupò, come delegato alla produzione, di diversi sceneggiati e fiction tra cui “Il tenente Sheridan” e “Il commissario Maigret”.

Poi arrivarono Ionesco, Adamov, Eliot, Strindberg e Majakovski.

Insegnò regia prima al Centro Sperimentale di cinematografia di Roma  poi all’Accademia  d’Arte drammatica  “Silvio D’Amico”.

L’esordio nella narrativa vera e propria arrivò con “Il corso delle cose” pubblicato nel ‘78. Con “Un filo di fumo” del 1980, nacque Vigata, l’immaginaria cittadina siciliana che diventerà  la residenza del commissario Montalbano.

Il primo approccio al “cunto”, raccontò lo stesso Camilleri, «lo ebbi quando mio padre stava morendo. Gli raccontai una storia inventata lì per lì e lui mi disse di scriverla, così come gliela avevo raccontata».

Andrea Camilleri negli ultimi anni aveva anche partecipato a numerose battaglie  politiche e sociali: «Non bisogna mai avere paura dell’altro perché tu rispetto all'altro sei l’altro», diceva. 

Ultimamente i suoi occhi non vedevano più. E lui, l’anno scorso, salì sul palco  del Teatro Greco di Siracusa per diventare Tiresia,  l’indovino della mitologia greca reso cieco dagli dei. Ma Camilleri ha sempre saputo che gli dei non esistono. Quello che continuerà ad esistere saranno  i suoi “cunti”. Che a noi, purtroppo, dovranno bastare.

PATRIZIA PERTUSO

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