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"Dall'Europa e dalla Cina la nostra speranza per il clima"

INTERVISTA A Jeffrey Sachs

ROMA Jeffrey Sachs, tra i maggiori economisti americani, conosciuto in tutto il mondo per il suo  impegno su questioni climatiche e sostenibilità, è direttore dell’Earth Institute alla Columbia University. È considerato “l’ispiratore” dell’Enciclica “Laudato Sì” di Papa Bergoglio. Lo incontro a Roma, alla Camera dei Deputati, nel giorno finale del Festival dello Sviluppo Sostenibile dell’ASviS. 

Lei è da sempre molto critico con il presidente Donald Trump: crede che le prossime elezioni presidenziali siano uno spartiacque per il cambiamento climatico?
«È naturale che le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti siano cruciali addirittura per la nostra democrazia. Donald Trump è una persona abbastanza instabile e, secondo me, pericolosa. Va da sè che è anche contrario a tutte le soluzioni che andrebbero assunte per garantire un ambiente sicuro. A mio avviso la maggior parte degli americani, tuttavia, non è d’accordo con questa linea, e molti Stati stanno prendendo posizione perché Washington sta andando nella direzione sbagliata. Tutto ciò significa che la questione delle prossime elezioni presidenziali è di straordinaria importanza per gli Stati Uniti.»  
Cosa è andato storto in questi anni? Perché  usiamo ancora plastica e combustibili fossili?  
«Abbiamo le soluzioni tecniche per risolvere questi problemi, ma gli interessi  commerciali e di potere le hanno soffocate. Questo è quel che è successo. Da noi, negli Stati Uniti, l’industria petrolifera è da anni antagonista alle soluzioni reali. L’Istituto petrolifero americano, la Camera di Commercio degli Stati Uniti e tutti i soldi che vanno dalla lobby del petrolio al Partito Repubblicano hanno impedito il tipo di azione di cui abbiamo bisogno.» 
Lei ha detto che il nostro pianeta eviterà di soffocare solo se i Paesi inizieranno a collaborare tra loro sui temi della sostenibilità. Ma quanto è importante la collaborazione?
«Il cambiamento climatico è un problema globale, è una crisi globale, è un’emergenza globale. Non può essere certamente risolto da alcun singolo Paese perché l’effetto del clima deriva dall’azione di tutti i Paesi, non solo da uno. E quindi abbiamo bisogno di soluzioni globali. Il primo accordo sul clima (COP 21, conferenza sul clima di Parigi del 2015, in cui 195 Paesi hanno adottato il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sulla materia, ndr)   è il riflesso di quella necessità globale: poi succede che arriva il presidente americano Donald Trump e afferma di voler ritirare gli Stati Uniti dall’accordo globale. Questo è un chiaro esempio della posizione del Governo degli Stati Uniti sulla cooperazione e di quanto, in definitiva, siamo vulnerabili. Dobbiamo raggiungere ora gli obiettivi con il primo accordo sul clima. Questa è la cosa più importante che si può fare ed il mio punto di vista è che l’Europa ha un ruolo importante da svolgere: e su questo l’Italia ha un ruolo decisivo all’interno dell’Europa.»  
Come convincere Cina e America a mettersi sulla strada giusta? 
«Penso che la Cina sia più incline a cambiare perché   non abbandona il primo accordo sul clima (Parigi 2015, ndr). Ha proposto di cambiare, di pulire l’energia. Ha solo bisogno di andare più veloce. Credo che l’Unione Europea e la Cina debbano negoziare un approccio cooperativo alla rapida decarbonizzazione. Vorrei quindi vedere l’Unione Europea e la Cina sedersi insieme e dire che avvieranno “un programma infrastrutturale comune basato su una rapida decarbonizzazione con tecnologie sostenibili”, e farlo insieme. Sono convinto che questo avrebbe uno straordinario impatto.»

ANDREA BERNABEO 

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