Spettacoli

Beetroots: «Sperimentare è la mia strada maestra»

The Bloody Beetroots

MUSICA È un artista di culto, un progetto italiano molto apprezzato anche all'estero. Perché la sua proposta poco concede alla tradizione nostrana, puntando dritto verso un sound internazionale e cosmopolita. Anche perciò Sir Bob Cornelius Rifo, alias The Bloody Beetroots, ha in curriculum collaborazioni importanti, come quella col grande Paul McCartney. Sabato il dj e produttore veneto, che ama presentarsi mascherato sul palco, sarà al Flowers Festival di Collegno (Torino), dove proporrà la sua originale miscela di punk, elettronica, hip hop, classica, hard rock e new wave. In scaletta anche il nuovo ep “Heavy”.

Partiamo proprio dall'ultimo arrivato...
«Come dice il titolo, è heavy, pesante. Rappresenta il primo passo di rientro del progetto TBB nella nuova scena elettronica. Sto andando verso un lungo percorso di sperimentazione».

Lei vive fra LA e Bassano del Grappa: come si combinano le due cose?
«Vivo a Los Angeles da ormai tre anni, ma cerco di rientrare appena posso in terra nativa per godermi tempo di qualità con la famiglia».

Come descriverebbe un suo set?
«Come da tradizione: chaos & confusion».

Da sempre si presenta in scena mascherato: perché?
«La maschera è un elemento di catalisi nudo e crudo, ma anche una buonissima protezione per la mia privacy».

Nel suo curriculum ci sono tante collaborazioni, inclusa quella col mitico McCartney: con chi sogna di lavorare in futuro?
«Al momento non sono interessato a lavorare con nessun nome altisonante causa ricerca mistica all’interno dell’underground. Ho assolutamente bisogno di rileggere questo progetto da una prospettiva completamente diversa».

 

 

DIEGO PERUGINI

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