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«Araba e esule, cerco di capire i nuovi migranti»

Hoda Barakat

Mette in luce tutte le contraddizioni della società araba, la violenza sfaccettata, il potere dei soldi, il prevalere del maschio, Hoda Barakat, scrittrice libanese che vive a Parigi, scappata dal suo paese  30 anni fa per la guerra civile. Ospite della Milanesiana, è vincitrice – prima volta per una donna - del premio Internazionale per la narrativa araba, l’Arab Booker, sostenuto dal Booker Prize, grazie a “Corriere di notte”, appena uscito da La Nave di Teseo (p.147, euro 17), romanzo epistolare con protagonisti uomini e donne che fuggono dal passato e si scontrano con l'illusione del futuro.

I protagonisti del suo libro sono migranti. Che vicinanza ha con loro?
«Un sentimento di “non appartenenza”. Queste creature, viste a Occidente come massa indistinta, hanno voci singole. Ho cercato di tendere l’orecchio e di coglierle, nelle loro luci e ombre».

Più luci o più ombre?
«Entrambe. Sono cresciuti nella dittatura, che svuota l’anima dei popoli. Non sono angeli ma pensare che tenendoli a distanza l’Occidente si possa salvare, è un’illusione».   

Lei ha lasciato il suo paese e non ci ha più fatto ritorno.  
«È stato per la guerra civile: si viveva ogni giorno nella paura di morire».

Da quel mondo arabo che ancora soffoca la libertà femminile, le è arrivato questo premio importantissimo. Come se lo spiega?
«Credo dipenda dal livello della mia scrittura. Il mio scopo non è mai impormi sugli altri ma essere ascoltata. E quindi cerco di scrivere meglio possibile».

In Turchia la scrittrice e giornalista Asli Erdogan è stata imprigionata per quel che ha scritto: che ne pensa?  
«Lì c’è una dittatura dove tutte le persone che si oppongono vengono incarcerate. Una volta si pensava che fosse un Islam moderato perché le donne potevano anche non portare il velo. Ma la libertà non dipende solo da questo».

Si sente ancora un’esule?
«Vivo in Francia ormai da 30 anni ma nonostante la grande accoglienza che ho avuto, le mie radici restano in Libano anche se ormai l’unica cosa che mi tiene legata al mio paese è la lingua: per questo continuo a scrivere in arabo».
ANTONELLA FIORI
@aflowerinlife

 

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