Opinioni

Neanche il club Bilderberg è più quello d’una volta

Maurizio Zuccari

Ha quasi settant’anni, e li dimostra. Neanche il club Bilderberg è più quello d’una volta. Correva l’anno 1954, s’era nel pieno della guerra fredda che da qualche parte era calda, quando prese corpo il club di gentiluomini capitanati dal principe Bernardo d’Olanda e dalla grigia eminenza di Joseph Rétinger, a libro paga della Cia. L’idea era di rinsaldare l’amicizia euroamericana, o meglio le fila dell’Alleanza Atlantica. Bisognava riscaldare un amore  raffreddato, e niente di meglio che un gruppo di teste fini per farlo. Un circolo selezionato tra  numeri uno dell’economia, dell’informazione e della politica già globali garanti dell’indissolubilità del matrimonio transoceanico. Poco più di cento seguaci del verbo a stelle e strisce addetti a ripulire i muri d’Occidente dall’edera comunista inerpicatasi da oltrecortina.

Non si trattava, allora come oggi, d’una riunione dei potenti, come vuole la vulgata, ma di un incontro annuale tra industriali, leader di turno, giornalisti per fare il punto sui temi del momento e darsi una regolata su cosa fare, dire, pensare.

All’ultima convention del club, nella discreta cornice svizzera di Montreux, si sono riuniti, tra gli altri, Renzi – suo il tweet: qui solo competenza, altro che complotti –  la Gruber e Feltri junior, a discettare di “un ordine strategico stabile; cambiamenti climatici e sostenibilità; Cina; Russia; cybersecurity e armonizzazione dei social media”. Il comunismo rampante non è più all’ordine del giorno, ma i desiderata dei padroni del vapore sì. Anche se il club non è più esclusivo e non c’è una parola d’ordine univoca, l’America di Trump ha sempre bisogno d’amici.

MAURIZIO ZUCCARI

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