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Ma io resto convinto che un tema vale l'altro

Maurizio Guandalini

Si va bene. Sciascia, Dalla Chiesa, Ungaretti, Bartali e Stajano. I temi della maturità quest’anno sono centrati. Ma poi, chi ci spiega perché, puntualmente, dobbiamo stare qui a parlarne? Di prove che non sono della vita. O per sempre. Da fare alla svelta e non pensarci. Sarà che alle superiori sedevo pro forma su quei banchi. Facevo già altro.

A me lo scritto di italiano è stato motivo, persino per la materia che preferivo, di discussione. Con un commissario prototipo dei commissari. Classico. All’orale lo mandai, educatamente!?, a quel paese. Perché mancava delle basi. Immaginarsi, detto da un pischello  sottoposto a giudizio.  Voi maturandi, lettori, non fatelo per nessuna ragione. Mi procurò un 37 sulla fiducia. Che non era un 36. Neanche un 38. A filo una pedata per dimenticarmi. E non imbastirci sopra casino. Sono passati 35 anni. E rimane il solo ricordo che ho di quei giorni.

Perché se un diciottenne ha nel sangue stimoli, approdi, coinvolgimenti diversi, star lì a  scrivere per sei ore, un tema vale l’altro. Con rispetto per chiunque. La proiezione è sul giorno dopo. Molti andranno all’Università. Per rincorrere il sogno di un mestiere. Ieri è circolata l’ennesima graduatoria che colloca, stranamente, gli atenei italiani tra i migliori al mondo. Corona d’alloro per il Politecnico di Milano. Fa piacere. Dodici mesi fa, due anni fa, per trovare in classifica l’accademia nostrana erano consigliati occhiali fotonici. Dopo il centesimo posto si inciampava nella Sapienza di Roma. Una citazione veloce per la Bocconi. E via andare. Nell’impetuosa notte degli esami saggezza vorrebbe di collocare al giusto posto ogni cosa che cadrà di fronte. Senza obese infatuazioni epocali. Per le prove in generale e per le officine del sapere dove,  voi millennials, della generazione Y, vorrete attingere. Dall’ultima commedia di Eduardo De Filippo. Gli esami non finiscono mai.  Che a parte il titolo abusivamente adoperato è l’opposizione alle consuetudini. A chi arbitrariamente ha assunto il ruolo di  giudicare.

MAURIZIO GUANDALINI

 

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