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Cannes, vince Bong Joon-Ho Bellocchio a mani vuote

Cinema/Cannes2019

CANNES Sino all'ultimo ci hanno sperato in molti. Ma il solo film italiano in gara, “Il traditore” di Marco Bellocchio, storia di quel Tommaso Buscetta, primo pentito di mafia, che rimase, come lui diceva, «uomo d'onore»,  ma aiutò a smantellare la cupola di Cosa Nostra, film interpretato da un Pierfrancesco Favino mai visto così bravo, capace di parlare portoghese, siciliano e  italiano con una espressività travolgente, aveva davanti concorrenti più che temibili. Che, infatti, hanno avuto la meglio.

Del resto, come ha detto il presidente della giuria Alejandro Gonzales Inarritu, «non si possono premiare tutti i bei film». E non solo: «Abbiamo preso decisioni artistiche e non politiche ma posso dire che guardando il Palmarès tutti i film premiati trattano il tema della giustizia e ingiustizia sociale. Il cinema cerca di elevare la coscienza del mondo, e l'ambizione dell'arte si riflette nel sentire attraverso le frustrazioni e gli incubi del nostro tempo quale può essere il futuro, e tutto questo appartiene al linguaggio del cinema».

Per questo è l'attualità più bruciante che ha unito i premiati.

Dalla Palma d'oro al coreano Bong Joon-Ho,  che racconta la lotta di classe attraverso la storia di precarietà di una famiglia di poveracci che cerca di sbarcare il lunario infiltrandosi in una famiglia di ricconi, al Premio della Giuria che va a “Les Miserables” di Ladj Ly ambientato nelle banlieue parigine tra gitani, musulmani, prostitute nigeriane, ladri, quelli che oggi sono i “miserabili” che Hugo raccontava oltre 150 anni fa, ed ex-aequo al brasiliano “Bacarau” di Kleber Mendonca Filho e Juliano Dornelles, titolo che riporta il nome di un misterioso villaggio che sparisce dalle carte e dai gps. 

Gran Premio della Giuria a “Atlantique”, racconto di boat people in fuga dalla povertà, firmato da Mati Diop che dichiara: «Trovo tutto questo un po' folle. Abbiamo girato il film a Dakar, lo abbiamo finito sulle ginocchia: il nostro film è una dichiarazione d'amore al Senegal e alle sue strade. Questa sera il Senegal è qui».

Il premio per la migliore regia va ai fratelli Dardenne (già due volte Palma d'oro)  con “Le jeune Ahmed”, racconto della radicalizzazione di un tredicenne islamico, di come decide di votarsi alla morte, all'estremismo, al martirio.

Premio alla miglior attrice, l'inglese Emily Beecham, protagonista del film dell' austriaca Jessica Hausner “Little Joe”, in cui interpreta una scienziata fitogenitica e fa riflettere sui pericoli molto contemporanei. Premio per la miglior sceneggiatura a Celine Scianna  per "Il ritratto della ragazza a fuoco” (in cui recita anche Valeria Golino), storia di amore tra due donne  che ha vinto anche la Palma Queer.

Il premio come miglior attore è per Antonio Banderas (il vero concorrente di Favino) ottimo interprete della vita di Pedro Almodovar in "Dolor y Gloria", di cui il regista ha detto: «E' stato il mio Mastroianni, il migliore che potessi avere». Lo ricambia un Banderas commosso che sembrava non voler più scendere dal palco e  che nel ringraziarlo ha ripetuto: «Lo rispetto, lo ammiro, lo amo, è il mio mentore. Inn questo suo nuovo lavoro, come suggerisce il titolo del suo film c'è il sacrificio, il dolore dell'artista e la gloria come stasera. Ma penso che il meglio debba ancora venire».

Insomma, la giuria ha fatto il suo duro lavoro e selezionare significa escludere, anche film bellissimi, come  appunto quello di Bellocchio già comprato da ben 24 paesi, e anche avere il coraggio di non considerare nel Palmares neppure un film atteso come “C'era una volta a Hollywood” di Quentin Tarantino che porta a casa solo un premio su cui aveva ironizzato e cioè la Palm Dog al cane Brandy di Brad Pitt, migliore del festival.   

SILVIA DI PAOLA    

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