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Faggin: «Una fesseria la paura dei robot»

C’è un prima e un dopo Federico Faggin.  E il dopo plasma l’ambiente in cui siamo immersi: il mondo digitale accessibile, portatile e flessibile. Scienziato, inventore, imprenditore, visionario, Faggin, vicentino classe 1941, eccellenza trasferitasi nella Silicon Valley  nel lontano 1968, è il padre universalmente riconosciuto del micropocessore,  tassello essenziale nel cammino che ha trasformato tra le altre cose i telefoni in supercomputer portatili. Nel libro Silicio (Mondadori, p.310, 22 euro) racconta la sua straordinaria avventura, che comprende anche l’invenzione del touchscreen e la dura battaglia per  vedersi riconoscere la paternità delle sue invenzioni, culminata nella Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l'Innovazione che gli tributò Obama nel 2010.

Che effetto le fa vedere tutta questa gente che cammina inchiodata allo schermo di un cellulare: si sente un po’  responsabile?
«Assolutamente no. Sono preoccupato per questi ragazzi con la testa nel telefono. Ma se uno crea una cosa che può essere usata bene o male, poi come la si usa non è colpa sua. Avessi creato una bomba, ma ho sviluppato tecnologie che fanno anche un gran bene».

Un esempio di cosa le dà particolari soddisfazione?
«Tutte le applicazioni mediche. In un pacemaker c’è un piccolo microprocessore. Ora ho investito in una ditta che fa elettrocardiogrammi via cellulare e in India, nelle campagne, fa furore».   

Con le sue invenzioni non dovrebbero darle il Nobel?
«La combinazione della tecnologia Silicon Gate più il microprocessore potrebbe valere il Nobel».

Nel suo libro scrive: sono nato a nuove vite quando ho smesso di razionalizzare, ho ascoltato la mia intuizione e mi sono aperto al mistero. Detto da un fisico e da un inventore di circuiti integrati è strano.
«Perché? La scienza ti obbliga a sperimentare e calcolare tutto. Ma le idee ti arrivano da canali sconosciuti. Mi è capitato di andare a letto arrovellandomi su un problema e svegliarmi la mattina con la soluzione. Un sogno ti indica una strada, poi però devi lavorare duro per metterla in pratica. Per il microprocessore è servito un 1% di intuizione, ma senza quello non ci sarei arrivato. Me lo sono immaginato e poi ho dovuto trovare il modo di farlo, ci ho messo 9 mesi ma poi  è stata la tecnologia dominante per 40 anni».

Perché l’Intel, presso cui ha realizzato il primo microprocessore nel 1971, l’ha oscurata?
«Quando nel 1974 me ne sono andato creando la mia azienda mi hanno visto come un concorrente e hanno deciso di seppellirmi. Devo a mia moglie Elvia e alla sua ostinazione se alla fine mi è stato riconosciuto quello che era mio. Io avrei mollato».

Ha detto no a Steve Jobs.
«Voleva l’esclusiva sul touchscreen, ma per noi era antieconomico».

Siamo tutti un po’ terrorizzati per come l’intelligenza artificiale cambierà la nostra vita, c’è chi dice che renderà gli umani obsoleti, almeno dal punto di vista del lavoro  e le macchine decideranno per noi. Lei come la vede?
«Non sono d’accordo con questo catastrofismo: mi preoccupa vedere, e ci sono tanti indizi, gente di cattiva volontà impadronirsi delle tecnologie per cattivi fini. Ma non si risolve togliendo la tecnologia o mettendo più leggi o regolamenti ma educando le persone».

Non crede che alla fine le macchine penseranno meglio di noi?
«Questa è una fesseria molto diffusa. Pensare non è fare calcoli. La coscienza è un’altra cosa: dove noi siamo meglio delle macchine non è nei calcoli ma nella fantasia, nell’intuizione e nella consapevolezza, che una macchina non avrà mai.  Per questo ora ho deciso di occuparmi della coscienza e con mia moglie abbiamo creato la Federico e Elvia Faggin Foundation che finanzia studi sulla coscienza».

Come si studia la coscienza?
«Attraverso la fisica quantistica e l’esperienza spirituale che ci rende unici e insieme connessi. Ogni campo quantico, ogni particella elemntare non è un oggetto ma un entità,  un sè fatto di significati. Lo dicevano già migliaia di anni fa i Veda, i testi sacri indiani. La fisica teorica e l’esperienza spirituale possono dialogare».

Lei è un cervello fuggito?
«Ma no, quando sono partito in Italia c’erano molte opportunità, c’era l’Olivetti ma io per una serie di circostanze ho scelto di andare là e rimanerci.  I giovani italiani di oggi invece non hanno scelta, devono andare via perché non trovano un lavoro adeguato nel loro paese. L’Italia ha perso la sua voce, molte delle cose che funzionavano non funzionano più.  Molte aziende che si occupavano di tecnologie sono fallite oppure sono state inglobate. C’è bisogno di un risveglio».

Tornerebbe in Italia?
«Vengo spesso a Vicenza, mi sento italoamericano, ma soprattutto cittadino del mondo».

PAOLA RIZZI @paolarizzimanca

Una vita a ritmo di chip
Dal 1968 Faggin vive negli Stati Uniti. Fu capo progetto dell'Intel 4004 e responsabile dello sviluppo dei microprocessori 8008, 4040 e 8080. Fu anche lo sviluppatore della tecnologia MOS con porta di silicio (MOS silicon gate technology), che permise la fabbricazione dei primi microprocessori. Nel 1974 fondò la Zilog, dedicata esclusivamente ai microprocessori, presso cui dette vita al famoso microprocessore Z80, tuttora in produzione. Nel 1986 Faggin cofondò la Synaptics, che sviluppò i primi Touchpad e Touch screen.

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