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«Quelle nove donne uccise meritano ancora rispetto»

Serie tv/Crime+Investigation

UDINE  Nove donne sole, trucidate ferocemente. Alcune di loro si prostituivano, altre si drogavano, altre ancora avevano problemi di alcolismo. Nove donne che appartenevano alla categoria delle “ultime”, di quelle che girano sole la notte perché durante il giorno preferiscono restare nell’ombra, lontane dagli sguardi dei cittadini di Udine. Tra il 1971 e il 1989 queste nove donne sono state barbaramente uccise e, dietro almeno quattro di queste morti, si nasconde la stessa mano, lo stesso modus operandi, la stessa terribile ferocia.

A 30 anni dal ritrovamento dell’ultima vittima, da mercoledì 22 su Crime+Investigation (Sky 119), va in onda la serie “Il Mostro di Udine”’ che, per quattro episodi, squarcia quel buio che ha inghiottito nove vite.

A firmarne la regia è Matteo Lena. Al suo attivo ha lo scoop di un alto prelato che fissava appuntamenti omosessuali sadomaso nel suo studio in Vaticano nel 2007, la sceneggiatura e la regia di “Le mani su Palermo”, docufiction Rai3 (che nel 2009 gli valse il premio Ilaria Alpi) sulla cattura del boss mafioso latitante Salvatore Lo Piccolo, e il mockumentary “Waste Africa” del 2013 su un bambino che vive in una discarica di rifiuti elettronici in Ghana.

Signor Lena, perché ha scelto il mostro di Udine?
«Volevo fare una docu-serie su un cold case italiano poco conosciuto. E di queste nove donne se ne è parlato pochissimo. Così sono andato a Udine, ho parlato con le persone che si erano occupate di questi casi, inquirenti e non, ho raccolto tutto il materiale che era in Questura e, con grandi difficoltà, ho rintracciato i parenti delle vittime e i video degli omicidi».

Con grandi difficoltà?
«Si parla di fatti accaduti tra gli anni ’70 e ’80. La Rai aveva girato molto poco al riguardo e ho dovuto cercare nelle tv locali. Ma ho scoperto che Tele Friuli, che si era occupata di quei casi, aveva bruciato tutto quello che aveva in archivio fino agli anni ’90».

Difficile anche rintracciare i parenti delle vittime?
«Molto, perché alcuni erano figli di prostitute che, rimasti orfani, sono stati dati in affidamento e hanno cambiato cognome. Volevo rintracciare i familiari per avere un ritratto umano di quelle donne, ma non è stato facile. Come non lo è stato parlare con i sospettati di allora».

Molte reticenze?
«Decisamente. Anche qualcuna inaspettata. Comunque non dimentichiamoci che si tratta di sospettati, non di presunti colpevoli».

Durante le riprese sono stati scoperti nuovi reperti che hanno portato l’avvocato Federica Tosel, incaricata dai parenti di due delle vittime, la Bernardo e la Bellone, a presentare istanza di riapertura del caso alla procura di Udine. Di che si tratta?
«Di un preservativo usato e alcuni capelli ritrovati nell’auto in cui fu uccisa con 22 coltellate Maria Luisa Bernardo, la 26enne ammazzata nel ’76. Era sposata con un uomo malato di reni e aveva due figli. Si prostituiva per mantenerli. Gli altri nuovi reperti sono uno spinello e una sigaretta che erano accanto al cadavere di Maria Carla Bellone: fu trovata nel febbraio del 1980 col corpo praticamente squartato; aveva 19 anni, figlia di genitori separati e faceva uso di eroina. Oggi l’analisi del DNA potrebbe offrire una svolta decisiva in entrambi i casi».

La sua docu-serie è assolutamente realistica fin nei minimi particolari. Ma, già dalla sigla d’inizio, trapela un grande affetto nei confronti di queste donne…
«La sigla nasce dal montaggio di diverse foto delle donne uccise, fotocopie di originali un po’ rovinate. In alcune immagini sembra che dormano. Ho chiesto una musica che potesse sembrare una ninna nanna e l’ho dedicata a loro. Sa, finché ci arrivano dei nomi non ci fanno particolare effetto. Ma quando si vedono le foto si capisce con quanta crudeltà quelle donne sono state maltrattate e uccise. Poi si conoscono i familiari e la tragedia che anche loro hanno vissuto. Non si può non provare affetto verso di loro, verso quelle donne uccise così crudelmente. Oggi parliamo di femminicidi in cui il mostro è il maschio che non sa gestire le sue pulsioni sessuali verso il corpo di una donna. Quei nove corpi sono stati oggettivizzati, massacrati e annullati. Il primo omicidio risale al 21 settembre del ’71 e l’ultimo al febbraio dell’’89. Oggi siamo nel 2019».

PATRIZIA PERTUSO

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