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Verdone: "I giovani? Oggi c'è troppa omologazione"

Carlo Verdone

MONTECARLO «Re della commedia io? Al pubblico l’ardua sentenza». Così Carlo Verdone, regista, attore, sceneggiatore pluripremiato, con oltre 40 anni di carriera alle spalle e tanti successi, incoronato Roi de la Comédie al XVI Monte-Carlo Film Festival by Ezio Greggio.

Ma Verdone come giudica la sua vita artistica fin qui?
«Ho cercato di fare del mio meglio, di fare un film diverso ogni volta. Film d’autore come Compagni di scuola o più internazionale come Maledetto il giorno che t’ho incontrato. Ho cercato di sterzare: pure se il pubblico tende a restare legato a certi personaggi tocca fare i conti con la maschera che si è diventati».

Che ricordi ha degli esordi?
«Ho molto faticato, poi sono arrivati tanti premi. Oggi viene apprezzato Bianco, rosso e Verdone che era considerato una sorta di continuazione di Un Sacco Bello: i dettagli sono tanti nei miei film e il tempo è galantuomo, rivaluta gesti chicche, citazioni...».

Col tempo è venuto fuori anche il Verdone malinconico.
«Ma c’è sempre stato. Guardate i finali di Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone sono tristi. La mia anima è predisposta a questa vena leopardiana».

Il suo rapporto con i più giovani?
«I ventenni mi conoscono tramite youtube o dvd, e ho un bel riscontro: magari hanno visto solo dei spezzoni e sketch. Troppo forte a loro piace eppure non è tra i miei film top. Loro guardano con altri occhi. Compagni di scuola racconta le insidie di sempre perciò vale ancora».

Il titolo a cui è più legato?
«Al lupo al lupo uno dei miei film migliori. Il ’92 è il mio anno più bello, pieno di fermenti e creatività».

Oggi in Italia mancano gli autori?
«Sì, ma non è un bacchettare i pochi che ci sono, diciamo che la realtà non è piena di spunti come ieri quando c’era tanta narrativa a cui attingere. In un periodo senza orizzonti nitidi viviamo nell’incertezza e si campa alla giornata: manca l’umanità».

È l’omologazione.
«Eh sì. Sono tutti tatuati, tutti lo stesso taglio. Io andavo nelle periferie a caccia di personaggi e li trovavo. Oggi non ci sono più quelle piccole assemblee dal calzolaio, dall’artigiano, al bar. Le conversazioni sono dominate dal via vai di whatsapp e telefonate. C’è poca condivisione vera, poca aggregazione. Ma Moretti ha avuto una bella idea per il prossimo film: raccontare un condominio. Può venir fuori un bel mosaico dell’oggi, con le nevrosi, le fragilità, i tic. Sono curioso!».

Carlo e l’immigrazione?
«Sono il beniamino di un gruppo di egiziani: il fioraio, la tintora e guai a chi mi tocca. Dicono che hanno imparato l’italiano coi miei film: ho tanti fans rumeni. Con Un Sacco bello sono stato il primo a dare un ruolo a uno di colore. In Acqua e Sapone c’erano già le antenne sui migranti. Vivono con noi e non posso sentirli chiamare filippinetto, balgladino».

Che vorrebbe raccontare oggi in un film?
«Cose personali che mi sono successe: magari la storia con una nipote o una figlia, toccando il tema della malattia. Ho visitato malati che se ne stavano andando col sorriso e mi ringraziavano perché durante la terapia del dolore dicevano di essere stati aiutati dai miei film. Uno mi fa: tra 15 giorni sarò morto e vorrei sulla tomba la mia foto con lei. Alla fine l’ho dissuaso: gli ho detto che sarei sembrato morto pure io!».

Il suo primo incontro con i malati.
«Ero terrorizzato ma poi mi sono sentito utile e quasi piangevo dall’emozione. Un atto di coraggio che mi ha anche dato tanta linfa per i miei film».

Verdone e i social.
«Ho un profilo FB pacato: parlo se ho qualcosa  da dire. I social sono usati male e spesso escono fuori gli odiatori».

Oggi Carlo come sta?
«Sono sereno e scrivo di getto: posso parlare di un cantante sconosciuto o fare una riflessione su zia Bettina che ci ha lasciati».

E come vede il cinema?
«Non si può andare contro il tempo che muta. C’è una nuova fruizione: speriamo però che le sale non muoiano mai! E che doveva dire dire la gente che vedeva le mie commedie in tv abituata al teatro di Eduardo? Persino la mia donna delle pulizie si arrabbiava. Certo vedere i miei film in un francobollo del Nicaragua (dice, alzando il cellulare, ndr).».

Suona sempre la batteria?
«Certo! Con mio fratello, anzi, con figlio. Lapsus freudiano perché ho rapporto di grande condivisione con i miei figli. La cosa che mi dà più gioia? Andare a cena con loro».

Il prossimo lavoro in cantiere?
«Un film corale prodotto da De Laurentiis. Come al solito ci sarà un duro braccio di ferro perché ognuno ha le sue idee. Il ciak? A fine maggio, mentre per la serie Vita da Carlo c’è tanto interesse e molti si sono fatti avanti con Aurelio: potrebbe pure andare su Amazon. Vedremo!».

 

 

ORIETTA CICCHINELLI

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