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Ecco come ci si può liberare dalla plastica

AMBIENTE

ROMA È il nemico numero 1 del mare ormai, è trasparente come lui e ne ha anche assunto le dimensioni oceaniche. Impossibile far finta di niente: a partire dalla “Great Pacific Garbage Patch”, ottantamila tonnellate di rifiuti di plastica in un’area grande quanto tre volte la Francia, nell’Oceano Pacifico. E non è che da noi siamo messi meglio: secondo uno studio recente del Cnr, a nord-ovest dell’Isola d’Elba, tra il Corno della Corsica e l’isola di Capraia, esiste un’altra isola di plastica, composta da frammenti più piccoli di 2 millimetri. Secondo i dati Onu, sono ben 10 milioni le tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani, pari a gettare in mare un milione di tir all’anno. Numeri davvero scoraggianti, che fanno quasi temere che finiremo sommersi dalla plastica.

Primi passi concreti

Eppure qualcosa si muove: dal primo gennaio 2019 in Italia sono vietati i cotton fioc non biodegradabili e nel 2020 saranno messi al bando alcuni tipi di cosmetici che contengono polietilene. Una normativa europea vieterà dal 2021 posate e piatti, cannucce e contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso (quelle dei fast food). Ma a parte le decisioni politiche, che forse arrivano sempre troppo tardi, di fronte a questo mare di spazzatura galleggiante c’è un esercito di piccoli eroi, che cercano di combattere per l’ambiente con le loro idee, con l’ingegno, con i loro sogni e la loro fatica quotidiana, che possono essere da stimolo e d esempio per tutti noi. A raccontarli Filippo Solibello, voce storica di Radio Due, nel suo libro “Spam Stop Plastica  A Mare- 30 piccoli gesti per salvare il mondo dalla plastica” (Mondadori).

La richiesta d’aiuto del cavalluccio marino

Alla domanda su come gli sia venuto in mente di scrivere un libro sulla lotta alla plastica, Solibello racconta che «in realtà è la plastica che ha cercato me. Stavo decidendo cosa fare della mia spazzatura davanti ai secchioni della raccolta differenziata, quando mi è arrivata la telefonata giusta. Era un cavalluccio marino inciampato in un cotton fioc, che mi chiedeva di aiutarlo a ripulire il mare. Nonostante la mia diffidenza iniziale, non sono riuscito a voltarmi dall’altra parte». Solibello ne è convinto: “Tutti possiamo fare di più. Anche perché in ealtà non abbiamo scelta, anche se l’Italia è un paese all’avanguardia nel trattamento  e nel riciclo della plastica, visto che si recupera più dell’83% della plastica. E ho scritto il libro proprio per dimostrare che le nostre scelte quotidiane possono cambiare le cose».

Arriva quasi tutto dall’Asia e dall’Africa

Il problema della plastica è esploso con la globalizzazione. Il 90% della plastica che finisce in mare arriva dall’Asia, dall’Africa e in genere dai Paesi non sviluppati, attraverso i fiumi. Nel Mediterraneo a farla da padrone è il Nilo, che riversa tonnellate e tonnellate di plastica nel nostro mare, in Asia è il Fiume Giallo. «La storia che mi ha colpito di più, mentre facevo ricerche per il mio libro – spiega Solibello – è quella di Boyan Slat, un ragazzo olandese di 24 anni che ha lasciato gli studi in ingegneria aerospaziale per dedicarsi  a tempo pieno alla sua impresa: The Ocean Cleanup.  Una startup per cui è riuscito a raccogliere 30 milioni di dollari e che ha come obiettivo la costruzione di enormi tubi di gomma galleggianti, lunghi 600 metri l’uno, con cui raccogliere la plastica  dei Grandi vortici oceanici.

Ognuno di noi può fare qualcosa

Boyan ha raccolto intorno a sé a lavorare più di 70 scienziati e ingegneri e dopo anni di sperimentazioni, lo scorso 9 settembre è riuscito a far decollare da San Francisco, il primo tubo.  Secondo i loro calcoli, una flotta di questi tubi  galleggianti ripulirebbe in soli 5 anni metà dell’isola di plastica nel Pacifico, praticamente in automatico. Basterebbe lanciarli e lasciarli agire da soli, e ogni tanto passare con le navi a tirare su la plastica che hanno raccolto». «Anche se a volte può essere faticoso, il primo passo è fare la raccolta differenziata. Il secondo è scegliere prodotti che possano essere facilmente riciclati e che non abbiano troppi imballaggi, da cui deriva il 40% della plastica che finisce in mare», conclude Solibello.

VALERIA BOBBI

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