Spettacoli

«È stata davvero dura vestire i panni di un serial killer»

Matt Dillon

CINEMA Sappiamo che nella sua lunga lista ci sono anche uomini ma lui predilige le donne (“sono più collaborative”) e i bambini. Quando può scegliere Jack ama uccidere loro. Del resto è un serial killer che vedremo agitarsi tra teste da spaccare coi crick delle auto, bambini con cui giocare al tiro a segno, seni amputati e usati come portafogli e via inanellando di ferocia in ferocia ma anche di pensiero in pensiero perché il serial killer con la faccia di Matt Dillon è il protagonista di La casa di Jack ( al fianco di Bruno Ganz, dal 28 in sala) del danese Lars von Trier sempre in cerca di shock e provocazione, anche quando lo shock si fa noia e la provocazione pornografia dell’orrore.

E anche se Dillon ci tiene a precisare che «nulla è gratuito in questo film, anche se capisco che a molti darà fastidio e io stesso ci ho pensato molto prima di accettare e, durante le riprese, avevo momenti di crisi. Ho davvero fatto fatica ma dovevo non provare sentimenti, diventare Jack cui manca del tutto l’empatia e nulla ha a che vedere con i femminicidi,  a un certo punto ho anche pensato che non avrei saputo gestirlo».

E poi che cosa è successo?
«Ho capito che Lars trasformava quella violenza in un linguaggio e non mi sono ispirato a nessuno psicopatico già visto al cinema».

Ma ha chiesto al regista il perché di questo film?
«Mi ha risposto che questo personaggio lo sentiva più di ogni altro vicino a lui, omicidi a parte».

 

 

SILVIA DI PAOLA

 

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