Salute

Mutilazioni, in Italia un "esercito" di bimbe ferite

mutilazioni femminili

Una pratica antica e brutale, che quando non uccide provoca ferite così profonde nel corpo e nell’anima, da cambiare il corso della vita di milioni di bambine. Sono le mutilazioni genitali femminili, una forma di violenza silenziosa, che calpesta i diritti delle donne mettendo a rischio la loro salute fisica e psicologica. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, ogni anno devono subire questa vera e propria tortura  almeno 200 milioni di ragazze e donne in 30 Paesi.
Un fenomeno che colpisce anche bambine e giovani donne migranti che vivono nel nostro territorio, spesso a rischio di esservi sottoposte quando tornano nel loro paese di origine per visitare i parenti. Sarebbero tra 61.000 e 80.000 infatti, secondo uno studio dell’Università degli Studi Milano-Bicocca le donne presenti in Italia sottoposte durante l’infanzia alla mutilazione dei genitali. Mutilazioni che da noi, come nella maggior parte dei Pesi Europei, è vietata. Ma cosa si fa nel nostro Paese per contrastare questa terribile violenza?

Giornata mondiale. In occasione della Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, che si celebra domani,  abbiamo rivolto la domanda al professore Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Istituto Santa Maria e San Gallicano di Roma, che da trent’anni si occupa della questione  e autore del libro “La speranza ferita. Storia delle mutilazioni genitali femminili”, in uscita in questi giorni. «L’unico modo per impedire lo sviluppo di queste pratiche - spiega a Metro il professor Morrone - è far capire alle donne africane quanto sia sbagliato. Siamo stati in diverse missioni in Africa, dove siamo riusciti a convincere quelle donne che andavano nei villaggi a cercare bambine da sottoporre alle mutilazioni a non farlo più e le abbiamo aiutate a diventare operatrici sanitarie. Anche per quanto riguarda l’Italia, lavoriamo perché ci sia una rete di protezione per queste bambine». Succede spesso che «sono proprio le maestre che ci segnalano situazioni sospette, poi bisogna coinvolgere tutte le istituzioni, dai consultori ai servizi sociali. Di certo non si possono abbandonare al loro destino. Anche perché anche se c’è stata la mutilazione, quasi sempre si può intervenire a livello medico per migliorare la condizione fisica».

"Attenzione resti alta". Ad esempio esiste un’operazione chirurgica chiamata deinfibulazione, che permette di correre ai ripari.  «È quindi fondamentale far rimanere alta l’attenzione su questa problematica». Non ci sono studi ufficiali, a causa anche del numero di presenze clandestine, ma si stima che ogni anno in Italia dalle 30mila alle 40mila   ragazzine sono a rischio di mutilazioni genitali.

VALERIA BOBBI

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