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La neuroscienziata cinese che vuole diventare italiana

É già finita due volte sulla copertina Nature, la prestigiosa rivista scientifica, con i suoi studi sui metodi per rendere trasparenti gli organismi, condotti come neuroscienziata alla Ludwig Maximilian University di Monaco di Baviera, una delle più importanti del mondo per quanto riguarda le malattie neurodegenerative. Il suo topo trasparente ha fatto il giro del globo. Ora, tra le varie sfide che l’attendono, ce n’è una irta di ostacoli, che però non dipendono dalle sue “skills”. “Fake chinese girl”, come  chiamano Riuyao Marika Cai i colleghi nel laboratorio di Monaco, ha chiesto la cittadinanza italiana a luglio 2018, finora senza riscontri, non hanno nemmeno aperto la pratica. E sa che per chiuderla ci potrebbero volere anche 5 anni.

Perché la chiamano Fake chinese girl?
«Nel laboratorio di Monaco ci sono ricercatori da tutto il mondo, anche cinesi ma per tutti sono una cinese atipica, ho un modo di fare, una cultura, una gestualità tipicamente italiane».

E lei come si sente?
«Io mi vedo italiana ma non penso che la cosa sia reciproca, gli italiani mi vedranno sempre come una cinese».

Facciamo un passo indietro: quando è arrivata in Italia?
«A 5 anni, nel 1994. I miei genitori all'epoca lavoravano in un ristorante gestito da italiani a Milano. Ora hanno un'agenzia di viaggi in zona Chinatown. Mia mamma partorì dopo che si era sposata con mio papà in Cina. È stata 5 mesi con me e poi sono stata cresciuta dai  nonni materni e da uno zio in un paesino in montagna nel Zhejiang, da dove arriva la maggior parte dei cinesi in Italia.  Quando ho compiuto 5 anni mio padre è venuto a prendermi. Io non volevo partire, lasciare i miei amici, i nonni. Però una maestra di asilo mi ha convinto».

A Milano ha compiuto i suoi studi. 
«Liceo scientifico Cremona, laurea triennale in biotecnologie alla Bicocca, laurea magistrale in biotecnologie mediche sempre alla Bicocca. E ora dottorato in neuroscienze a Monaco. Ho fatto anche un tirocinio di 4 mesi ad Oxford».

Perchè non è rimasta in Italia?
«Ho capito che se volevo fare carriera dovevo rischiare e uscire dalla mia “comfort zone”. Poi a Milano nel mio campo non sentivo un clima così vibrante anche se mi hanno preparata molto bene». 

I suoi studi sono finiti due volte sulla copertina di Nature, l’ultima nel numero di febbraio. Cosa ha scoperto? 
«In breve: gli organismi superiori come i mammiferi non sono trasparenti. Se io guardo la mia mano, non riesco a vederci attraverso giusto? Perché il mio corpo è opaco. L'opacità dei tessuti biologici rappresenta un limite nello studio della biologia e della medicina, perchè nell'analisi istologica tradizionale, per capire cosa avviene dentro i tessuti, ti tocca sezionarli, fare tante sottilissime fettine. Un processo lungo e laborioso, nel quale puoi perdere informazioni. Nel mio lab abbiamo inventato un metodo per rendere i campioni biologici, anche umani, trasparenti come un bicchiere di vetro, grazie a solventi chimici. Il nostro metodo è in grado di rendere trasparente interi mammiferi come topi transgenici che hanno cellule nervose fluorescenti. Ció ci ha permesso di individuare neurodegenerazioni periferiche prima mai individuate e anche delle strutture anatomiche nuove, mai viste. La tecnica è innovativa perché getta le basi per un nuovo approccio nell'analisi istologica ad alta risoluzione: non ci concentriamo più su singoli pezzi di tessuto ma otteniamo informazioni da tutto un mammifero adulto». 

Pensa di tornare in Italia? 
«Mi guardo intorno. Ma nelle scienze è inevitabile la mobilità».  

Perché a 30 anni ha chiesto la cittadinanza italiana, che comporterà la perdita della cittadinanza cinese? E perché non l’ ha chiesta a 18 anni?
«Ci ho sempre pensato, da tanto tempo, solo che sentendo le esperienze di altri connazionali, un po' ti demoralizzi per le lungaggini: gente che ci ha messo 6 anni nonostante avesse tutti i requisiti. Però il fatto di stare fuori dall'Italia mi ha reso più consapevole di essere italiana. È un paradosso ma è così».

Un esponente di spicco della comunità cinese di Milano, l’imprenditore Francesco Wu, su Facebook ha scritto che in casi come il suo bisognerebbe pensare ad una cittadinanza per merito.
«Forse è un po’ antidemocratico rispetto a coloro che non hanno avuto la possibilità di studiare. Però è vero che mi confronto ogni giorno con persone di ogni nazionalità e in tanti paesi avanzati, le skills, i titoli di studio danno punti in più o agevolazioni. È un modo per gli stati per accaparrarsi i piu brillanti, diciamolo».

Il fatto di non essere italiana l’ha ostacolata?
«Quando ho finito la laurea magistrale mi hanno offerto un dottorato all´Imperial di Londra. Ma non ho potuto richiedere le borse riservate ai comunitari, perché ero considerata extracomunitaria: avrei dovuto pagare il doppio. Ho dovuto rinunciare a quell’occasione. Certe possibilità sono precluse perché non sei nè piena cittadina italiana nè piena cittadina cinese. Non ho avuto accesso alle borse europee e nemmeno a premi cinesi anche se mi sono sempre data da fare. Vivere in un limbo non è facile».

PAOLA RIZZI @paolarizzimanca
 

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