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Dopo l’industria giù anche i servizi

economia

ROMA A pochi giorni dalle cattive indicazioni giunte dall’industria, anche gli addetti agli acquisti del settore dei servizi mandano segnali preoccupanti. A gennaio, visto l’indebolimento del trend di crescita dei nuovi ordini e il calo delle commesse estere, l’attività economica del terziario italiano ha registra infatti un sensibile calo, con l’indice Pmi calcolato da Ihs Markit che scende a 49,7 punti dai 50,5 di dicembre. Un movimento che equivale a un grido d’allarme, se si considera che la quota 50 è quella che separa i periodi di espansione dell’attività da quelli di contrazione.

Un grido di allarme

L’indice della Produzione composita, media ponderata dell’indice della Produzione manifatturiera e di quello dell’Attività terziaria, scende e a sua volta a 48,8 punti, segnalando una modesta contrazione della produzione rispetto a dicembre. Questo dopo che nei giorni scorsi il dato relativo al manifatturiero si è confermato per il quarto mese consecutivo sotto alla soglia dei 50 precipitando a gennaio a 47,8 punti. Le difficoltà dell’Italia (insieme a quelle della Francia colpita dalle proteste dei gilet gialli) «si riverberano quindi sullo scenario continentale», osserva Markit. In linea con il trend di calo degli ultimi quattro mesi, l’indice Pmi della Produzione composita nell’eurozona di gennaio cala nuovamente, toccando i minimi in cinque anni e mezzo. Dopo aver calcolato i fattori stagionali, l’indice si è attestato a 51 punti, poco più dell’ultima stima flash di 50,7 e leggermente inferiore a 51,1 di dicembre, registrando solo una debole crescita dell’attività.

«Prospettive preoccupanti»

Questo mentre il Pmi del terziario si conferma invariato rispetto al valore minimo in 49 mesi di dicembre a 51,2 punti. «Partenza a rilento per il 2019, con livelli quasi stagnanti di crescita e crollo della domanda di beni e servizi. Il Pmi indica una crescita trimestrale del Pil dello 0,1%, preparando il terreno alla peggiore media trimestrale dal 2013», commenta il chief business economist Chris Williamson. «Con valori così deboli ad inizio anno - anticipa l’esperto - possiamo aspettarci una probabile revisione al ribasso dell’attuale e condivisa stima di crescita del Pil del 2019 di 1,5%, che indurrebbe la Bce a mostrarsi meno aggressiva».

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