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Ma l'immigrazione non è un fatto locale

Umberto Silvestri

I fatti, come ben sappiamo e gli avvenimenti che avvengono nel  mondo  ormai si rincorrono velocemente senza soluzione di continuità. Ogni giorno c’è un’emergenza e quelle che una volta venivano liquidate come “questioni estere” che riguardavano un altro paese o un altro continente erano per noi, piccolo stato in mezzo al mare, solo echi lontani. Oggi invece in un mondo globalizzato e nel villaggio comune che è la Terra, ciò che succede a Los Angeles, a Voghera o ad Aix en Provence avviene nel tinello di  casa nostra portato dalla tv, da internet e dagli altri strumenti di comunicazione. Così come, per passare ad altro, se un barcone con cento emigranti arriverà nel Mediterraneo, le ripercussioni si sentiranno certo in Italia e a Malta, ma anche a Berlino, a Vienna e a Budapest. Questo per dire che tutto si tiene insieme, tutto è legato da un unico filo e un unico destino che si tratti di uomini o natura. L’immigrazione africana ad esempio, ma anche quella messicana, filippina o coreana non è un affare “locale” che riguarda un solo paese, ma l’intero pianeta;  quei migranti prima o poi, alla ricerca di uno straccio di vita decente, continueranno a muoversi da un luogo all’altro fino ad arrivare nel posto che loro riterranno sicuro e definitivo. Il mondo ha milioni di anni e non lo fermeremo all’improvviso con un muro. Ci hanno già provato in altre epoche e in diversi contesti e hanno sempre fallito. Esso ha sempre ripreso a girare, la primavera a tornare, e gli uomini  a partire.  Alcuni affonderanno ma ne arriveranno altri e poi altri ancora e noi fra venti o trent’anni  staremo stupefatti a chiederci di nuovo perché: perché non abbiamo agito per tempo.

UMBERTO SILVESTRI

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