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Donpasta e “I Villani” in via di estinzione

I Villani Donpasta

CINEMA C'è Totò, il contadino siciliano che ha recuperato una terra perduta piantando un mix di grani duri, che esordisce con un «oggi mi dicono che le cose buone costano tanto e sono per i ricchi ma che significa? Mio nonno mi ha insegnato che le cose naturali non costano tanto. Sono frutto di zappone e fatica». E poi ci sono i pescatori di Taranto allevatori di cozze e Modesto e Brenda che, schiacciati dalla burocrazia, non demordono e continuano ad allevare mucche, e poi c'è Luigina che si sente realizzata solo nelle sue terre in Trentino. Piccole grandi storie di un “quarto stato” in estinzione cui Daniele De Michele, in arte Donpasta, artista eclettico e, come lo ha definito il New York Times “uno dei più inventivi attivisti del cibo” dà voce nel suo I Villani, applaudito alla scorsa Mostra veneziana e dal 14 in sala.

«Per me è stato un lungo viaggio tra i racconti intimi del loro vissuto e il loro cucinare con perizia, intelligenza, senso dell'osservazione da cui veniva fuori il senso più profondo della cucina italiana, il suo essere saggia, gustosa, parsimoniosa, rispettosa dei prodotti della terra e del mare. Questa gente mi ha mostrato quanto la modernità andasse in conflitto radicale con quella cultura».

Vuol dire che la cucina è lo specchio della nostra contemporaneità?
«Sì, parlo dell'oggi e di ciò che stiamo perdendo attraverso loro e il nostro modo di mangiare che spesso non è un mangiar bene. Allora questa è una storia di resistenza, partendo dalla cucina che io unisco all'arte».

SILVIA DI PAOLA

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