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Il risotto dopo l'Attila è più buono a San Vittore

opinioni/PAOLA RIZZI

All’inizio lo sbattere di porte e cancelli di ferro, il rumore di chiavi, il vociare in fondo ai corridoi, il passare furtivo di guardie e detenuti che transitano da un braccio all’altro crea un effetto straniante. Ma lo stesso, sotto il grande schermo nell’ottagono del carcere di San Vittore, si respira l’atmosfera da prima della Scala, e il lungo applauso al presidente Mattarella contagia anche il pubblico di detenuti, addetti ai lavori, magistrati, avvocati, giornalisti, deputati e semplici ospiti sotto la cupola del carcere. Ormai è un appuntamento fisso della prima diffusa, proiettata in una ventina di spazi, secondo il concetto di San Vittore inteso non come un buco nero nella città, ma come “uno dei quartieri di Milano”, come dice il direttore Giacinto Siciliano. Solo che qui, diversamente dall’altro Ottagono, quello della Galleria Vittorio Emanuele, il pubblico è più selezionato. Perché è  più difficile andarci, essendo necessaria un’ovvia trafila di sicurezza. Poi il carcere esercita sempre un fascino misterioso, ed è un fatto che la prima a San Vittore è diventata una vera attrazione, con il risultato che mentre all’inizio era stata concepita per permettere ai detenuti di assistere all’opera assieme a qualche ospite, negli anni la quota di esterni e vip è aumentata esponenzialmente e alla fine alla prima dell’Attila i detenuti erano solo 40 su 120 posti. Una sproporzione su cui Giovanna Di Rosa, presidente del tribunale di sorveglianza non  sorvola: «Sono pochi, ma abbiamo ricevuto tantissime richieste dall’esterno e abbiamo pensato che se la città vuole entrare noi dobbiamo aprire le porte, ricordando che qui si deve venire non per curiosità, ma per capire. Sapendo che il carcere è un luogo di dolore e va rispettato». Il timore è che possa diventare “di moda”, dimenticando lo sforzo che sta dietro a quell’illusione di normalità e mondanità che il 7 dicembre regala anche dietro le sbarre. Compreso il momento attesissimo del buffet dopo spettacolo dove può succedere, come l’altra sera, di essere serviti, accanto al Ministro della Cultura Bonisoli, da Martina Levato, condannata con il fidanzato per le aggressioni con l’acido. Mentre i supervip vanno alla Società del giardino, in uno dei raggi del carcere i detenuti servono prodotti della pasticceria interna e il risotto. Ovviamente risotto giallo alla milanese, buonissimo,  mantecato come si deve. E l’illusione di normalità è il sorriso di una delle cuoche, una ragazza cinese giovanissima,  tutta rossa per i complimenti.
PAOLA RIZZI
@paolarizzimanca

 

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