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Le imprese: "Sì alla Tav La pazienza è finita"

TAV

Torino  «Il governo non ha più alibi». Ora che anche gli imprenditori «hanno quasi perso la pazienza», siglando un manifesto unitario a favore della Tav, dopo gli appelli della società civile e dei partiti di opposizione, l’esecutivo giallo-verde non può più sottrarsi dal prendere una decisione definitiva sull’alta velocità Torino-Lione. Possibilmente, senza tornare indietro su quello che «è già un cantiere». Il tutto perché «le grandi opere sono essenziali per la crescita del Paese». È questo il messaggio del patto di Torino. Una riunione di portata storica, perché mai così tante sigle avevano sottoscritto insieme un manifesto. Alla fine i numeri raccontano di oltre 3mila rappresentanti di imprese, artigiani, cooperative, costruttori, agricoltori, commercianti, tutti firmatari della piattaforma finale. È il cosiddetto “partito del Pil”, quello che rappresenta tre milioni di imprese, l’80% dell’export italiano e il 65% del valore aggiunto, che per la prima volta ha messo da parte campanilismi e rivalità per fare fronte unico, sentendo messa a rischio la possibilità di rilanciare la ripresa. Accorse con i loro vertici nazionali, le dodici associazioni (Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Legacoop,Confcooperative, Agci, Confagricoltura, Confapi, Ance) chiedono al governo un piano di investimenti per il Paese, a partire dalle infrastrutture, denunciando l’asfissiante ruolo della burocrazia. È un segnale importante che si vuole dare al governo, ricorda il presidente di Confidustria, Vincenzo Boccia, il più severo nei confronti di Roma. «A Di Maio voglio promettere che se ci convoca tutti e 12 non lo contaminiamo - ha spiegato - a Salvini, visto che è leader di un partito che ha tanti voti al nord, consiglio di occuparsi e di preoccuparsi dello spread. E al premier Conte voglio dire che con 4 miliardi appena evitiamo la procedura di infrazione» dell’Unione europea. «Fossi in Conte convocherei i due vicepremier e direi loro di togliere 2 miliardi ciascuno. Se uno dei due non vuole arretrare, mi dimetterei». 

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