Opinioni

Cosa smuove in Oriente il caso Khashoggi

Maurizio Zuccari

I fatti sono noti, i nomi pure. A rivelarli sono stati i media turchi vicini a Erdogan, che del pasticciaccio brutto dell’omicidio di Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul è stato il principale accusatore. Il commando dei 15, vicini al principe regnante Mohammad Bin Salman, inviati in Turchia (alcuni già periti in anomali incidenti al ritorno in patria), il retroscena della spedizione punitiva. Non senza lesinare sui dettagli degni di un horror: le torture, lo smembramento del giornalista. Accuse che Riad ha all’inizio negato con sdegno. 
Ma qualcosa l’oscura e raccapricciante morte di Khashoggi, il potente giornalista intimo della corte saudita come di Bin Laden e dei poteri forti Usa, esiliatosi nel paese del nonno paterno, ha smosso. Non tanto la ventilata fine delle ricchissime commesse d’armi per Usa, Canada e parte dei paesi d’Europa, quanto gli scenari mediorientali. Attore forte del conflitto siriano e yemenita e perno d’ogni strategia di contenimento dell’Iran messa in piedi da Israele e Stati Uniti, l’Arabia Saudita vede rimettere in discussione il proprio ruolo. Se il Qatar resta nel limbo dei paria arabi, l’Oman risale nelle quotazioni d’anti Iran per eccellenza. Ma è Erdogan a volersi pappare la fetta maggiore di un regno in evidente calo di credibilità, oltre che privo d’ogni scrupolo democratico. E l’indice del sultano punta il trono di Riad per scalzarne il peso.

MAURIZIO ZUCCARI

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