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Piotta: «Ora mi sento un cantautorap»

Roma/Musica

ROMA «Il rap? Sono cambiato io ed è cambiato lui. Tanto. A volte in meglio, a volte meno. Ed è inevitabile che sia così essendo arrivato sulla bocca di tutti come sognavamo noi futuristici Mc degli anni '90». Parole di Tommaso Zanello in arte Piotta,  in concerto sabato alle 21,30 al Largo Venue per presentare il nuovo album “Interno 7”.

Come nasce questo nuovo progetto? 
«Dalla necessità di raccontare un periodo particolare, non facile ed intenso, della mia vita. È il mio disco più autobiografico, un album cantautorale, intimo, emotivo. Molto poco corale seppur con qualche featuring fortemente voluto».

Da dove viene l'idea di fare del disco un concept sul tempo?
«Dal tempo stesso. Lui è lui, apparentemente immobile nel suo lento scorrere millenario. Noi invece corriamo piccoli e veloci come degli atomi impazziti, come delle monadi che a volte si scontrano, a volte si incontrano, spesso senza avere il tempo di capirsi, né con gli altri né con noi stessi». 

Quali sono le  novità rispetto ai suoi precendenti lavori? 
«È la mia terza fase. Ognuna  ha dei semi piantati in precedenza, fino a quando  la fioritura non raggiunge il suo massimo punto di vitalità creativa e prende il posto della precedente. C'è il rap hardcore e sarcastico dei 20 anni, quello più crossover e politico dei 30, e ora questo cantautorap. Non sono pezzi, sono canzoni volutamente scevre di riferimenti all'attualità, tipico del rap. Nascono nude come i testi, chitarra acustica e voce, o piano e voce».

Cosa significa per lei oggi fare musica, canzoni? 
«
Essere me stesso, nella massima libertà espressiva. Vivere di questa massima libertà non solo a livello economico ma anche reinvestendo nella mia etichetta discografica, nei progetti ad essa collegati, nell'arte in genere. Vivere di questo 24 ore al giorno tutti i giorni finché morte non ci separi». 

STEFANO MILIONI

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