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Perché quei "numerini" non mi convincono

Paolo Manasse

È un vero peccato che né il Premier Conte, né i due Vicepremier semi-plenipotenziari abbiano, per formazione o mancanza della stessa, alcuna dimestichezza con i “numerini” della manovra di politica economica. E questo non tanto perché sui “numerini” si dovrà trattare con l’arcigna Commissione Europea, che in questi anni ha fatto per la verità ampi sconti sulle promesse fatte dai vari governi. E neppure solo perché i “numerini” sono osservati attentamente dai cosiddetti mercati che devono decidere se vale la pena rinnovare i titoli di Stato in scadenza che possiedono o chiederne il rimborso (che lo Stato non avrebbe i soldi per garantire). E neppure solo perché tra poche settimane le agenzie di rating rivaluteranno il loro giudizio sul “merito di credito” del debito della Repubblica Italiana, ed il loro giudizio influenzerà le decisioni degli investitori. La ragione è che dai “numerini” della manovra dipende la capacità dello Stato di ripagare i propri debiti.

Per essere “solvibile” uno Stato non può adottare una politica di bilancio che faccia aumentare a dismisura i propri debiti in rapporto alle risorse complessive (il Pil). Nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, il governo prevede che il disavanzo pubblico raggiunge il 2.4 per cento del Pil l’anno prossimo, calando al 2.1 e all’1.8 per cento negli anni successivi.  Secondo i calcoli riportati nel mio blog sarebbe compatibile con una leggera flessione del rapporto debito-Pil solamente in due circostanze: la prima è che il governo sia disposto a fare politiche di bilancio di super-austerità nel futuro, per compensare l’effetto “palla-di-neve” di maggior debito, maggiori spese per interessi, maggior deficit, maggior debito. La seconda è che le misure adottate abbiano fortissimi effetti espansivi e riescano a risollevare la crescita a livelli (circa il 2 per cento) mai visti negli ultimi 15 anni.  È veramente improbabile che un aumento dei trasferimenti ai pensionati, (abolizione Legge Fornero), ed ai poveri (reddito di cittadinanza), uniti ad una modesta riduzione di aliquote per le piccole imprese (flat tax) e pochi nuovi investimenti pubblici (0.3 percento del Pil all’anno), sortiscano questi mirabili effetti sulla crescita di lungo periodo. 

Per queste ragioni l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha definito irrealistiche le previsioni di crescita del Governo, riviste verso il basso da tutti gli osservatori, mentre la Banca d’Italia ed il Fondo Monetario Internazionale hanno messo in guardia il nuovo governo sul fatto che mandare in pensione più persone non creerà nuovi posti di lavoro e metterà a rischio i conti pubblici. I numeri della manovra mandano un messaggio chiaro al governo. Le sue scelte di oggi realisticamente lasciano aperte tre soluzioni per il futuro: o delle politiche di fortissima austerità nel futuro, o una imposta patrimoniale sulla ricchezza privata per ripagare il debito pubblico, o l’uscita dall’euro con un ripudio del debito. 

PAOLO MANASSE

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