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Gli scavi hi-tech degli archeologi di montagna

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Nella verdissima Valle D’Aosta c’è una squadra di archeologi che studia la terra per capire meglio il nostro passato. E per farlo adotta le tecnologie del futuro, quelle che consentono analisi predittive. Mani, testa, cuore. E poi i sistemi hi-tech di monitoraggio. Perché questi archeologi di montagna negli scavi adottano scanner, droni, software. «Ci stiamo rendendo conto che applicando metodi statistici si può ridurre l’impatto ambientale e concentrare l’intervento dove ne vale davvero la pena», racconta Claudia De Davide, 45enne romana co-fondatrice e direttrice di Akhet, una laurea in lettere classiche e un percorso improntato sulla gestione pratica degli scavi. «Ho iniziato a scavare nei cantieri come volontaria a sedici anni, mi occupavo dell’aspetto contabile», ricorda Claudia, oggi in società con Daniele Sepio e David Wicks.
La loro impresa di archeologia è nata una quindicina d’anni fa ed è focalizzata sugli scavi. E da sempre ha usato le tecnologie innovative in una sorta di analisi predittiva del cantiere, lavorando per il Ministero dei Beni Culturali e per i privati. «L’archeologia deve rispondere a esigenze specifiche e deve essere sostenibile. Prima era itinerante, oggi sta diventando radicata sul territorio. E va dietro all’edilizia, ne diventa quasi parte di analisi essenziale».
Tanta esperienze per leggere il passato e tradurlo in contemporaneità. Il team è composto da una quindicina di professionisti, la maggioranza con una laurea umanistica in lettere e beni culturali, ma con uno spiccato profilo tecnologico. Perché le due anime possono oggi convivere. L’avventura imprenditoriale è partita da Roma per poi spostarsi in Puglia, Calabria, Basilicata, Molise e ancora a Ercolano. Poi dodici anni fa il trasferimento a Roisan, mille anime a nord della Valle D’Aosta.
«Nel 2002 abbiamo vinto una gara in Valle D’Aosta e ci siamo trasferiti qui. Ci siamo concentrati su questo territorio perché abbiamo visto uno spazio per sviluppare nuove ricerche nell'ambiente montano, analizzando la luce e il terreno», precisa Claudia.
D’altronde questi archeologi di montagna non si fermano mai. La loro missione è nel nome stesso. «Akhet è un geroglifico egizio, indica il tramonto e il sorgere del sole. Ma significa anche orizzonte. E per noi in fondo rappresenta l’idea di non fermarsi mai».

 

GIAMPAOLO COLLETTI
@gpcolletti

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