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Le grandi manovre e il risiko d'Asia

Maurizio Zuccari

Sono considerate le più grandi manovre militari nella storia della Russia moderna, non a torto. I numeri parlano da soli: un terzo della sua forza di terra e di mare – 300mila uomini – impegnata, centinaia d’elicotteri e aerei, oltre un migliaio di carri armati, altrettanti pezzi d’artiglieria pesante. Ma a far notizia è l’impiego congiunto d’unità terrestri, navali e aeree cinesi e mongole ai confini orientali. L’Occidente è servito, nel Risiko d’Asia la Russia riscopre l’asse con Pechino e rispolvera il suo arsenale militar patriottico per Vostok 2018. L’ultima delle quattro grandi manovre militari dell’anno, dispiegata sul quadrante orientale e artico dell’ex impero e lungamente annunciata. 
Navi e unità cinesi sono a fianco all’alleato russo pure nel Mediterraneo, dove i tamburi di guerra risuonano nella ridotta siriana, e questo mostra al di là d’ogni bufala in farsi e dissenso atavico che l’alleanza con Pechino (e Ulan Bator) è un fatto. E un monito agli squilli di trombe che salgono dall’Occidente. 
Checché ne dicano le Cassandre atlantiche, con gli stati Baltici e dell’est Europa in pima fila, Mosca al di là d’una prova di forza, del mostrare i muscoli, non può ne vuole andare. Nella strategia putiniana, o meglio nella dottrina del suo capo di stato maggiore Gerasimov, le forze armate da sostenere e coccolare sono lo specchio della ritrovata potenza russa. Il collante della madrepatria già zarista e comunista dove s’agitano etnie e dissensi. Soprattutto, il baluardo alla guerra strisciante che sale da Ovest, al terrore islamico. Parlare a nuora perché suocera intenda è prassi russa, Putin non fa eccezione. Speriamo che nessuno capisca fischi per fiaschi.

MAURIZIO ZUCCARI

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