Fatti&Storie

Che cosa vuol dire vivere con l'Alzheimer

Alzheimer

ROMA Da oggi al 2030 in Italia il numero di malati di Alzheimer, che oggi è di seicentomila casi,  è destinato a triplicare e a sfondare quota due milioni.  Un aumento vertiginoso che dipenderà dall’incremento degli ultra65enni.  I dati sono stati diffusi in occasione della giornata mondiale dell’Alzheimer, che si celebra il 21 settembre.  
 Un vero e proprio calvario  che non riguarda solo chi si ammala, ma anche la sua famiglia, che vede sgretolarsi la memoria e la personalità di un caro, oltre ai gravissimi problemi fisici che subentrano. Anche perché la gestione del malato è molto difficoltosa, e spesso non ci sono aiuti da parte di nessuno.  
Alice ha 43 anni, un lavoro da insegnante a Roma e un dolore recente che non la abbandona. «Ho perso da poco mio padre per colpa dell’Alzheimer. Aveva 75 anni. Ma si era ammalato oltre 20 anni fa. Una rara forma di Alzheimer giovanile. Tutto cominciò quando mio padre continuava a perdersi le chiavi di casa. Succedeva sempre più spesso. All’inizio lo prendevamo in giro. Poi mia madre intuì qualcosa e lo portò dal neurologo. Ladiagnosi fu come un ciclone per noi: spazzò via tutte le nostre certezze e abitudini. Mio padre era sempre stato il pilastro della famiglia. Un uomo molto energico e dalle mille passioni. Cominciò a spegnersi poco a poco. Mia madre fece di tutto per curarlo a casa: spese tutti i risparmi per assicurargli l’assistenza di giorno e di notte. Ma a un certo punto non fu più possibile seguirlo a casa. Andava in escandescenza sempre più spesso. Un paio di volte riuscì persino a uscire di casa e a perdersi per le strade. Era diventato impossibile contenerlo. Mia madre non voleva, ma alla fine la costringemmo a prendere una decisione. Lo portammo in un centro specializzato, dove è rimasto quattro anni, fino alla fine».

 

«Per ora l'unica speranza è intervenire all'inizio della malattia»
La ricerca medica è l’unica speranza di miglioramento delle condizioni di vita per i malati di Alzheimer. Lo sa bene il professor Paolo Maria Rossini, direttore Area neuroscienze del Policlinico Gemelli. Quest’anno dopo la Merck, anche la Pfizer ha deciso di non  finanziare più la ricerca per i farmaci contro le malattie neurodegeneratative, perché poco remunerativa in tempi brevi.

Quali sono le speranze  che si possa arrivare ad una cura presto?
«Ci sono attualmente decine di sperimentazioni in corso con farmaci innovativi. Io penso e spero che le due grandi multinazionali che si sono sfilate dalla sperimentazione sono forse venute a sapere attraverso loro canali che qualcuna delle molecole dei loro competitors stava dando risultati positivi.  E così per evitare danni dovuti al loro ritardo si sono sottratti da ulteriori costi.  Forse sarebbe anche opportuno un qualche diktat politico delle autorità internazionali che obblighi le grandi case farmaceutiche ad investire una quota fissa dei loro guadagni o in ricerca interna o in ricerca da finanziare esternamente per malattie di grande impatto sociale. Le demenze e l’Alzheimer certamente lo sono.

Ci sono stili di vita da seguire per diminuire le possibilità di ammalarsi?
 «Lo stile di vita conta  molto. Il cervello è una dote che va protetta per tutta la vita. Abbiamo infatti alla nascita  una riserva “neurale”  di cellule e di circuiti  nervosi che entrano in gioco quando c’è un danno da qualche parte. Per mantenere sano il cervello bisogna adottare stili di vita in cui si evitino traumi eccessivi al cervello: dal trauma meccanico vero e proprio, a quello da alimentazione scorretta, dall’abuso di sostanze e alcol, alla scarsa attività fisica».

In che direzione si muove la ricerca?
«Esiste una “fase prodromica” in cui la malattia è presente, ma non si manifesta. Ora si sta cercando di “intercettare” i primissimi segni, in modo da intervenire tempestivamente, quando il cervello ha ancora capacità».

VALERIA BOBBI

Articoli Correlati
Fatti&Storie