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La lezione della crisi argentina

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Un po’ come l’Argentina degli anni ’80, l’Italia da tempo non cresce. Possono la “sovranità monetaria” e i deficit pubblici “stimolare” un’economia strutturalmente anemica? Quali sono le conseguenze di tali tentativi? Rivisitiamo brevemente un pezzo di storia economica argentina. 

Il punto finale della nostra narrazione è il default sul debito pubblico del dicembre 2001, che aprì la crisi sociale peggiore della storia argentina, una crisi che vide crollare l’economia del 20% fra il 1998 e il 2002.

Per spiegare le cause di quei drammatici eventi dobbiamo procedure a ritroso partendo dagli anni ’80, una “decade perduta” per l’Argentina, caratterizzata da inflazione annua oltre il 400% e da un’economia in perenne recessione. Alla base di questi risultati si trovava una pessima politica economica: eccessiva creazione di moneta, volta a finanziare cicli di spesa pubblica in un’economia irrigidita e inefficiente.

A fronte di questa situazione, nel 1991 venne approntato un percorso di riforme volto ad assicurare l’emancipazione della politica economica dagli antichi vizi fiscali e monetari. Il piano era imperniato su un tasso di cambio fisso con il dollaro: l’Argentina rinunciava all’autonomia monetaria.

Per quasi sette anni il piano diede risultati spettacolari. L’inflazione scese rapidamente fino al 3%, l’economia crebbe in media del 6% all’anno, e i deficit pubblici rimasero contenuti.

Tuttavia, al di sotto della superficie i vizi della politica erano duri a morire. Nonostante il boom economico e le elevate entrate fiscali provenienti dalle privatizzazioni, il debito pubblico aumentava, assieme ai debiti privati finanziati da ingenti afflussi di capitali esteri. Il regime di cambio fisso avrebbe richiesto che prezzi e salari si aggiustassero a seconda della congiuntura, ma ciò non avvenne.

Quando il paese fu colpito da una serie di shock esterni – un apprezzamento del dollaro che trascinò con sé il peso, la caduta dei prezzi delle materie prime esportate e la riduzione improvvisa degli afflussi di capitale dall’estero, la recessione fu inevitabile.

La mancanza di credibilità e l’impossibilità di attenuare l’impatto recessivo su reddito e occupazione con la flessibilità dei prezzi e dei salari convinsero gli investitori che il debito pubblico era divenuto insostenibile. I tassi d’interesse aumentarono improvvisamente ed il paese cadde nuovamente nella spirale della crisi fiscale. Il piano di stabilità monetaria, che aveva dato inizialmente ottimi frutti, finì inghiottito da un’economia rigida e da scelte fiscali poco lungimiranti.

La lezione argentina è che la stabilità monetaria, oggi garantita dall’Euro, richiede “riforme” del mercato dei beni e del lavoro, e che fare deficit battendo moneta è una ben nota scorciatoia per il disastro.

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