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Quei borghi tra poesia e abbandono

ROMA Sono un mix perfetto di storia, bellezza naturale e poetica  malinconia, tanto che continua a crescere il turismo nei borghi, ma solo in Italia sono 6000 quelli ormai abbandonati e minacciati da incuria, politiche inadeguate e mancanza di vigilanza. La denuncia arriva da Italia nostra, la Onlus di salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali, che chiede la rigenerazione, la tutela, la messa in sicurezza e la creazione di infrastrutture a salvaguardia di questi veri e propri gioielli del nostro patrimonio immobiliare e artistico. Qualcosa, anche se lentamente, si muove. È dei giorni scorsi la notizia che a Borgomezzavalle, paesino piemontese a 55 metri di altitudine in provincia di Verbano-Cussio-Ossola, è stata venduta la prima casa al prezzo simbolico di 1 euro, una decisione presa dal Comune per recuperare beni immobili abbandonati. Nel 1971 i residenti erano oltre 700, oggi sono appena 300. La speranza è di venderne una decina nel giro di qualche mese. L’unico obbligo degli acquirenti  è quello di presentare, entro due anni, la pratica edilizia di ristrutturazione. Non c’è invece l’obbligo di prendere la residenza, anche se sarebbe auspicabile.
 In alcuni casi le iniziative di recupero sono andate molto bene, anche grazie agli investimenti di grandi imprenditori: ad esempio Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo nel 1994 fu scoperto da un manager milanese di origini svedesi, Daniele Kihlgren, che se n’è innamorò   nel tempo  l’ha  trasformato in albergo diffuso, ed ha attirato, grazie alla pubblicità, l'interesse di altri investitori, facendo sviluppare in modo considerevole tutte le attività della zona, anche se nella storia di questo paese ci sono stati molti alti e bassi, soprattutto dopo il terremoto dell’Aquila del 2009.  Emblematico anche il caso di Solomeo, villaggio medievale in provincia di Perugia, diventato quartier generale del mecenate del cashmere Brunello Cucinelli.
Altri tornano a nuova vita grazie ad iniziative culturali o addirittura della stessa popolazione rimasta, come nel caso di Belmonte Calabro, in provincia di Cosenza, piccola cittadina arroccata su uno sperone roccioso in condizione di forte degrado, è stata ristrutturata da un gruppo di abitanti che ha deciso di comprare alcune case rendendole anche in questo caso albergo diffuso. E il tema del turismo di ritorno è stato anche al centro di un convegno che si è svolto alla Farnesina alla fine di maggio: “I viaggi delle radici tra identità culturale e promozione dei territori”. Il legame tra chi parte e la sua terra d’origine è forte e può essere d’aiuto contro lo spopolamento di alcune zone del Paese meno toccate dal turismo di massa.  Un modo per far diventare gli 80 milioni di persone nel mondo che hanno una origine italiana, ambasciatori dell’Italia, affinchè indirizzino nel nostro Paese un bacino enorme di amici e conoscenti.
Anche all’estero non se la passano meglio: basta guardare le suggestive immagini in arrivo dalla Cina del paesino di Houtouwan nell’isola di Shengshan (nella foto sopra e nella gallery). Si tratta di un villaggio di pescatori, praticamente abbandonato da oltre 50 anni, tanto che l’edera l’ha ricoperto quasi interamente. Anche se in qualche casa ancora abita qualche anziano, sarebbe perfetto come set di un film o di un reality di sopravvivenza.

 

«Nuovi fondi e strategie globali per non perdere i nostri territori»

GENOVA I borghi antichi costituiscono delle risorse preziose nei nostri territori ed è necessario ripensarli nelle attuali politiche territoriali ed economiche»: ne è convinta Francesca Pirlone, professoressa di Tecnica e Pianificazione Urbanistica del Dicca (Scuola Politecnica- Ingegneria) dell’ Università di Genova.

Come si possono riportare in vita i borghi abbandonati?
«Innazitutto bisogna portare avanti una strategia comune a livello italiano che veda anche l’individuazione di risorse economiche disponibili per realizzarla. Le strategie e i fondi da utilizzare sono naturalmente legati allo stato di abbandono del borgo stesso. Diversi studi mettono in luce  tre categorie dello stato di abbandono:  si va dal borgo completamente abbandonato con la sola presenza di ruderi delle epoche passate; al borgo  dove risiedono magari persone anziane che non riescono a rivitalizzare il paese. Infine il borgo abbandonato con fondazione di un nuovo centro: il borgo antico è rimasto disabitato per cause ad esempio di tipo naturale ed è stato ricostruito un nuovo insediamento più sicuro nelle vicinanze.  In genere  è necessario individuare la funzione che si vuole attuare nei singoli paesi rilanciando le specificità tipiche di quella particolare zona».

Che cosa accade ai borghi che non si riesce a recuperare?
«Purtroppo la storia ci insegna che quando un borgo è in stato di abbandono o in via di abbandono, mancando il presidio umano, è destinato ad un declino progressivo e quindi diventa poi più difficile (e spesso costoso) recuperarlo/riqualificarlo».

Oggi la tendenza è quella del ripopolamento dei borghi o la fuga nelle città?
Oggi prevale l’atteggiamento  della “riscoperta” dei borghi, del voler far rivivere la cultura e le tradizioni  di un territorio che, anche a seguito della globalizzazione, si stanno perdendo.

VALERIA BOBBI

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