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Un rito in musica per i migranti

milano/arte

MUSICA Due appuntamenti perché la musica sia impegno sociale e prenda posizione sull’immigrazione. Ad organizzarli il Divertimento Ensemble che propone per oggi un incontro, alle 18,30 alla Fabbrica del Vapore, con il compositore Gabriele Manca e lo scrittore algerino Rachid Boudjedra legati da “Lettres comme à l’envers”,  composizione per coro e ensemble tratta dal romanzo “Topographie idéale pour una agression caractérisé”. Domani alle 20,30, nella Sala del Porcellino alla Fabbrica del vapore, il concerto che prevede anche composizioni di Ambrosini, Montalti e Saunders. Ne parliamo con Gabriele Manca.

Il titolo dell’incontro di oggi è “L’impegno sociale nell’arte”. Per lei qual è? 
In questo caso il tema è l’immigrazione. Facile dire sono favorevole. Più difficile farlo sentire a livello sensoriale attraverso la musica. 

La sua composizione parte da un romanzo. Com’è  trasporre in note le parole scritte?
È un’antica storia. Dalla musica scaturisce qualcosa in più: non la parola detta, ma quella sentita. Ho preso una parte del romanzo in cui un immigrato si trova sommerso in una selva di segni, colori, scritte e simboli di una fermata metrò di Parigi e ho scelto di raccontare in musica il suo senso di smarrimento.

E cosa è diventato?
Una specie di liturgia del riconoscimento dello spazio e del luogo. Un tentativo di varcare una soglia culturale che non si riesce a superare. Qualcosa che parte, riprende e continua fino a far sentire  disagio.

Ricorda la reiterazione ossessiva nella danza di Pina Bausch... 
Assolutamente sì. Una specie di rito che si basa su reiterazioni e che non arriva mai a una soluzione.

Una visione molto pessimista... 
Mi avevano chiesto di comporre qualcosa sull’integrazione. Ma io questa integrazione non la vedo. C’è spaesamento, diffidenza e rifiuto. Gli immigrati si ritrovano in una cultura sconosciuta e l’unica cosa che incontrano è la lontananza. L’ho tradotta in 13 minuti in cui si susseguono diverse immagini sonore: dalla parte rituale a quella liturgica fino ad arrivare al disagio fisico. Il tutto con bravissimi musicisti e un coro formato da volontari.

Come è stato lavorare con persone che non si occupano di musica?
È stata una sfida bellissima. Lavorando con loro ho scoperto per esempio che non sappiamo urlare se non in una condizione di pericolo, nemmeno io. C'è un momento nel pezzo in cui la folla si urla delle parole. E' stato difficile capire come tirare fuori la voce dal profondo, molto più complicato che far loro cantare le note. PATRIZIA PERTUSO

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