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Donne bangladesi a Roma Khota, analisi e testimonianze

Libri/Carnà-Rossetti

LIBRI Tutti dovrebbero visitare il rione Esquilino a Roma: io ci ho vissuto per un po’ e sono stato conquistato dalla giostra di colori ed odori con cui le tante comunità straniere residenti hanno rimodellato l’aspetto altrimenti altero ed accigliato del quartiere umbertino. Mi è piaciuto da subito quel posto perché incrociando le persone al mercato, sotto i portici o in piazza Vittorio mi sono sempre chiesto quali fossero le loro storie, da dove venissero, quanto fosse remoto e per questo interessante il loro percorso.  Credo sia inevitabile farlo.
 
E di storie parla  “Khota. Donne bangladesi nella Roma che cambia” (Ediesse, di Katiuscia Carnà e Sara Rossetti, con il reportage fotografico di Alice Valente, 14 euro, 216 pagine).
Khota (che vuol dire storia, o racconto) è uno studio serissimo che, tra dati e testimonianze, incasella il posizionamento della comunità bangladese in una Città Eterna che –tra mille difficoltà ed episodi di razzismo – cerca di cambiare.
 
 Non so quanto sia facile vivere a Roma per una donna bangladese. Portarsi il proprio mondo dietro, come una chiocchia, e cercare di viverlo incastonato, come un gioiello, in un contesto di interculturalità a volte zoppicante. Il libro di Katiuscia Carnà e Sara Rossetti apre una finestra su un mondo a noi vicino ma allo stesso tempo lontano (quando non velato da una visione stereotipata).  Sono circa quaranta i dialoghi (preziosi per l’evidente fiducia e l’assenza di barriere delle intervistate) che le autrici hanno avuto con donne bangladesi giunte in Italia per lo più attraverso ricongiungimenti familiari o matrimoni combinati e residenti oggi tra l’Esquilino, Centocelle, Torpignattara ed il Pigneto. Sono casalinghe, imprenditrici, madri, infermiere, operatrici in imprese di pulizia, di religione musulmana, indù  o cristiana e dalle loro parole non sai mai se Roma è la cornice o il palcoscenico della vita.  Leggendole, ho cercato di immaginare l’impasto di una quotidianità fatta di tradizione, religione ma anche (specialmente per quelle che lavorano, il 14,1%) di interculturalità. Cosa che riguarda marginalmente le ragazze bangladesi di seconda generazione, nate in Italia, secondo cui  «Roma è la mia città».
 
E intanto Roma cambia pelle. Il Pigneto non è più solo Pasolini o l’avamposto di  
una  residenzialità modaiola. Torpignattara, specialmente,  ha cambiato il proprio volto malavitoso anni ’80 ripulito dalla presenza di questa comunità così operosa e pacifica,  e poi Centocelle e tutta quella terra di mezzo compresa tra la Prenestina e la Tuscolana. E piazza Vittorio, come dicevo all’inizio: che non è più la terra di “Ladri di bicilette” ma un posto dove si incontra la storia di tante persone. Khota, appunto.
A.B.
(Photo Credit Stefano Romano)

 

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