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Cena dovrà spiegare l’origine dei suoi 5 milioni

torino/rom

GIUSTIZIA Da giovedì molte vittime di furti e truffe da parte di finti impiegati del gas e o delle forze dell’ordine stanno telefonando alla questura di Torino per sapere se ci siano i loro averi nel tesoro da cinque milioni sequestrato mercoledì alla famiglia di Giacomo Cena. «No, signora, non abbiamo recuperato la refurtiva», è la risposta degli agenti. Ciò perché i proventi dei furti e delle truffe si sono trasformati in case e terreni, auto, camper e conti correnti. Col blocco di quel patrimonio, polizia e procure piemontesi intendono arginare il fenomeno delle truffe agli anziani che finora né processi né carcere non hanno fermato: nonostante alcune vecchie condanne e quelle più recenti a Novara, Parma, Bologna e Genova, malgrado un processo a Milano, le attività della famiglia Cena di Carmagnola sono infatti proseguite, anche grazie a pene esigue o archiviazioni per l’assenza di denuncia. Il capo famiglia, Giacomo Cena, per esempio, ha collezionato cinque vecchie condanne per furto e nel 2013 è stato beccato ancora a  Novara, dove è stato condannato a un anno e otto mesi in primo grado per furto. Anche i figli e i generi hanno avuto recenti guai con la giustizia. Il tribunale di Torino sottolinea che i membri della famiglia non lavorano o hanno lavorato pochissimo, però hanno ricchezze che non si spiegano, forse accumulate proprio con le attività illecite, ragione per cui sono state sequestrate. Il 14 marzo comincerà il processo per la confisca. Per evitarla, i Cena dovranno spiegare come hanno creato quella fortuna.  Andrea Giambartolomei

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