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«Vi obbligo a inchinarvi alle vittime dei lager»

GIORNATA DELLA MEMORIA

MILANO L’immagine standard di Gunter Demnig lo vede inginocchiato su un marciapiede, il viso nascosto da un cappellaccio a larghe falde, in mano una cazzuola e un martello, mentre incastra nel selciato un sampietrino con una faccia di ottone. Di fotografie così ce ne saranno decine di migliaia, quante sono le “pietre di inciampo”  che questo burbero settantenne berlinese, professione artista concettuale, da più di 20 anni va incastrando sulle strade di tutta Europa, in quello che è diventato il più grande monumento diffuso mai realizzato.

 Ogni pietra ha inciso il nome di un deportato nei lager, data di nascita, data di deportazione, data di morte, e viene collocata davanti al portone dell’ultimo domicilio conosciuto. Alcune sono dedicate ai sopravvissuti. Le pietre sono ormai 65mila e fissano con i nomi e cognomi delle vittime lo sterminio di ebrei, zingari, disabili, oppositori politici, omosessuali, la maggior parte in Germania, poi in Austria, Belgio, Olanda, Ungheria, Italia, Ucraina, Repubblica Ceca,  Spagna, Russia, Francia, Svizzera, Grecia: «Nel 2017 sono stato in giro 270 giorni, un’auto mi dura al massimo tre anni» dice Demnig. Il 30 ottobre 2017 è stata  installata la prima pietra di inciampo  al di fuori dell'Europa, di fronte alla scuola Pestalozzi di Buenos Aires per commemorare i bambini costretti a fuggire dall'Europa tra il 1933 e il 1945. L'idea l’ha avuta un ex studente della scuola, che aveva assistito alla posa di una pietra per i parenti a Costanza.

Incontriamo l’artista di passaggio a Milano dove ha posato 13 pietre, tra cui quella dedicata all’antifascista Angelo Fiocchi, graffiata dai vandali pochi giorni dopo. «Capita dappertutto, ogni tanto danneggiano le pietre, ma noi le rimettiamo».

Ci racconti l’inizio di tutto.
Nel 1990 mi hanno chiesto di realizzare qualcosa sulla deportazione dei 1500 sinti di Colonia che nel 1940 furono trasferiti da un campo di prigionia fuori città al campo di sterminio. Posai delle targhe  per terra lungo il loro percorso fino alla stazione da cui erano partiti. Una signora  anziana mi fermò dicendo: bello, solo che qui gli zingari non ci sono mai stati. I sinti sono stati a Colonia per secoli, il 90% era cattolico, la maggior parte era integrata, vivevano nelle case, erano i vicini. Ma il loro ricordo era  stato cancellato. Ho pensato fosse urgente fare un lavoro sulla memoria della deportazione. Ridare un nome alle vittime, come dice il Talmud: «Una persona viene dimenticata soltanto quando viene dimenticato il suo nome».

 E l’idea della pietra di inciampo?
All’inizio pensavo a delle targhe sui muri delle case, ma qualche proprietario poteva opporsi. Allora ho scelto la targa incastrata nella strada, anche perché così chi vuole leggere l’iscrizione deve inchinarsi. È un gesto simbolico. Mi sono ispirato alle chiese antiche dove i pavimenti erano lastricati di lapidi commemorative. Le prime le ho messe a Berlino senza permesso. Ora solo lì ce ne sono 7000. Legali.

 Sono sempre state ben accolte, non ha trovato ostacoli?
Pensavo che l’interesse con gli anni calasse invece cresce, anche tra i giovani. Vado molto nelle scuole, specie nella fase preparatoria, quando si ricostruiscono le storie delle vittime.  Solo a Monaco le pietre sono state rifiutate, perché l’amministrazione ritiene che calpestare i nomi delle vittime sia una forma di oltraggio. Anche in Polonia ci sono delle resistenze, il progetto è stato accantonato.

 Visto il riemergere di neonazisti e nostalgici di destra l’hanno mai minacciata?
Tre volte in 25 anni, direi quasi niente.

 Quale idea di arte c’è dietro le pietre di inciampo?
Tutto il processo è un work in progress artistico: da quando veniamo contattati dai parenti, a tutti i volontari coinvolti a livello locale, a quando i parenti si ritrovano e partecipano alla posa nel luogo scelto, fino a quello che succede in strada dopo. La pietra è solo uno dei fattori.

 C’è un incontro che l’ha emozionata particolarmente?
  Forse il più commovente  è stato a Rutenberg, vicino a Brema. Dovevamo mettere sei pietre: una coppia e due impiegati della loro azienda, tutti morti nei lager e le due figliolette scomparse. I genitori erano riusciti a farle fuggire all’estero in momenti diversi. L’amministrazione è riuscita a trovarle, una era in Colombia, l’altra in Inghilterra e si sono reincontrate alla cerimonia di posa dopo 60 anni. Lì ho capito quanto sia importante onorare anche i vivi. Sulla loro pietra c’è scritto: sopravvissuta.

PAOLA RIZZI

Ogni pietra di inciampo costa 120 euro e le richieste vanno segnalate al sito  www.stolpersteine.eu.  La lista d’attesa è abbastanza lunga.

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