Spettacoli

“I masnadieri” secondo Popolizio

Roberta Mantegna/Artur Rucinski/ Y.Kageyama

ROMA Dal cinema alla televisione, dalla radio al doppiaggio, passando per il teatro – con Luca Ronconi che lo volle interprete e protagonista di tanti suoi successi – dove ha conquistato tutti con il suo recente “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini.  Ora Massimo Popolizio ha debuttato come regista anche al Teatro Costanzi con “I masnadieri”  di Giuseppe Verdi (repliche fino al 4 febbraio).

Popolizio, le mancava un tuffo nell'opera?
Avendo lavorato trent'anni con Ronconi ho potuto assistere a tutte le prove generali delle sue opere. E da piccolo mia madre, appassionata e collezionista di dischi del genere, mi ha iniziato alla lirica.

Com’è incappato in quest’opera?
Colpa di Carlo Fuortes che mi ha proposto questa sfida. All’inizio ho avuto paura ma poi mi sono convinto a prendere al volo questa fortuna: chissà se me la faranno rifare da grande!

Come si è relazionato con i cantanti-attori?
Ho portato la mia esperienza di palcoscenico e sono stato loro vicino anche nella cura dei dettagli. Ho sempre privilegiato la forma della musica, per questo scenicamente i cantanti si esibiscono su qualcosa anziché sotto.

Come definirebbe questo dramma tragico?
Un’opera di conflitti dove nessuno riesce ad avere ciò che desidera. È un tumulto di passioni, per questo l’ho portata indietro al suo dna shakespeariano.

C’è anche il cinema di Tim Burton nella sua messa in scena?
Essendo un testo fondamentalmente gotico, il riferimento è a quel cinema visionario, un po’ fumettistico, da cartoon tipico del regista americano.

Perché ha scelto proprio la dimensione fumetto per “I masnadieri”?
Penso che il fumetto sia oggi il linguaggio più contemporaneo che permette di raccontare qualcosa di universale come i sentimenti.

E dov’è l’attualità del dramma verdiano?
Sicuramente nei temi universali come l’invidia tra i due fratelli, Francesco e Carlo, per il potere, che ricorda Re Lear.

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