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Una ragazzina abbandonata tra buio e luce d'amore

Libri/Di Pietrantonio

ROMANZI Sembra una favola nera. Di quelle coi bambini abbandonati nel buio bosco dai genitori. E invece quella di Donatella Di Petrantonio è anche una storia di luce. “L’Arminuta” (titolo del suo romanzo uscito da Einaudi, p. 176, euro 16 e vincitore del Campiello termine che in dialetto abruzzese significa “la ritornata”), è la storia di una ragazzina di 13 anni lasciata da quello che credeva fosse suo padre alle porte di una casa sconosciuta dove regna la miseria e vive la sua vera madre. Lei abbandonata due volte: dalla famiglia d’origine e da quella adottiva. Una storia d’infanzia negata, ma anche di amore conquistato con la sorella mai vista prima.

Come è stata la sua infanzia? Assomiglia a quella de l’Arminuta?
Il paesino isolato dove lei torna è quello dove io abitavo. Non c’era la corrente elettrica, il telefono, la strada carrozzabile: si arrivava solo a piedi o a dorso di mulo. Mi facevo 2 chilometri a piedi attraversando il bosco per andare alla scuola elementare.

Dove ha trovato dentro di sé il sentimento di abbandono de l’Arminuta?
Da piccola mia madre il giorno stava nei campi a lavorare con gli uomini e la sera rientrava e faceva la casalinga. Era presente ma inaccessibile. Non poteva toccarmi, coccolarmi. Non per sua volontà, ma perché soggetta a un sistema patriarcale che aveva regole rigide basate sul lavoro e sul sacrificio.

Il fatto di non aver scelto subito la scrittura ha a che fare col suo vissuto?
Sì. In generale, per chi viene da certi ambienti studiare è già un tradimento rispetto alla propria origine. La scrittura era un tradimento troppo grande che non potevo permettermi.

Quando ha sentito che doveva provarci con la scrittura?
A 49 anni è scattato un meccanismo “adesso o mai più”. La scrittura era come un fiume carsico- Qualcosa di incomprimibile.

E’ stato un riscatto?
Rispetto a tante umiliazioni dell’infanzia, sì. Una volta da bambina ho accompagnato mio padre a casa del veterinario e ho sentito il figlio che gli diceva “sotto ci stanno due cafoni che ti cercano”. Eravamo considerati come i cafoni di “Fontamara” di Silone. Ecco, io quello l’ho vissuto sulla mia pelle. 

ANTONELLA FIORI

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