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I tagli fiscali di Trump li pagheremo noi europei

economia

USA È passata al Congresso Usa (ma deve avere il via libero definitivo) la riforma delle tasse voluta da Trump. Oltre a cambiare le aliquote sulle persone, il clou è l’abbattimento dell’imposta sui redditi aziendali dal 35% (un livello che era considerato tra i più alti) al 20%. Aumenteranno anche deduzioni e incentivi. 
Il taglio delle tasse di Trump può avere gravi conseguenze per l’Europa e poi per gli Stati Uniti, avverte il professor Francesco Daveri, economista dell’Università Cattolica di Milano. 
Professore, la riforma fiscale americana porta una minacciosa concorrenza alle aziende europee?
Sì, ma a me sembra che sia la parte di concorrenza più digeribile tra quelle proposte da Trump. Nel senso che tra le forme di concorrenza fiscale è la più legittima, uno strumento che volendo tutti i governi possono utilizzare. Meno leali sarebbero i dazi, o comunque quando disdice gli accordi commerciali in essere o le trattative. Poi se il taglio delle tasse viene fatto in deficit senza considerare le coperture e basandosi solo su previsioni ottimistiche allora si può configurare una sorta di dumping.
Quindi è contro gli europei?
È una politica per attrarre capitali rendendo povero il vicino. Aziende che possono scegliere dove collocare il loro quartier generale, multinazionali che sono a cavallo tra Usa ed Europa sono incentivate a capitalizzare il loro profitto dove ci sono meno tasse. Ci può essere un trasferimento in America, una iniezione di capitali che spinge gli altri alla recessione. E se vanno via le aziende più grandi e avanzate, per i Paesi che le perdono ne risentono le tasse, ma anche la capacità di innovazione e l’indotto. Si è sul crinale della guerra economica. 
Per gli Stati Uniti è un vantaggio netto?
Dipende, non esattamente. Il principio del taglio si basa sul fatto che con meno tasse aumenta la base imponibile, partono lo sviluppo e gli investimenti. Ma questo automatismo è stato già smentito negli anni 80. Trump ha promesso l’aumento dei salari, ma nessuno degli economisti americani se lo aspetta. Per compensare le entrate fiscali per mantenere la spesa pubblica o si agisce in deficit, o si aumenta l’imposta sul lavoro, che a differenza dei capitali non si muove. 

OSVALDO BALDACCI

 

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