Opinioni

L'Araba fenice rinasce in Africa

Maurizio Zuccari

John McCain l’aveva detto. «Più vinceremo in Medio Oriente, più vedremo i serpenti dirigersi verso l’Africa». Alla predizione dell’ottuagenario capoccia della commissione difesa del Senato Usa fa eco Joseph Dunford, capo di stato maggiore. «La guerra sta per spostarsi ma non sono certo che si sposterà verso l’Africa. Abbiamo di fronte una sfida che si stende al Sudest asiatico». 
Detto, fatto. Allontanati caporioni e reduci dalle ultime roccaforti siriane di Raqqa e Deir el Zor, grazie ai buoni uffici Usa, e lasciati i cocci ad Assad e ai curdi, l’Isis spicca il volo e rinasce come un’Araba fenice. 
E mentre il Kurdistan fatica a prendere il posto dello Stato islamico, complici turchi e iraniani, questo si riaffaccia altrove. Dalla Birmania al Maghreb è tutto un fiorire di emuli del defunto califfo. Ma è in terra d’Africa che progredisce in fretta, grazie a una buona semina e a problemi endemici. 
Là dove Boko Haram e Al Shabaab sembravano in rotta, l’ecatombe a Mogadiscio e gli scontri in Nigeria mostrano le tante frecce nell’arco dell’estremismo islamico. Dalla fascia costiera, da cui è stato sloggiato – ma restano focolai in Libia e Tunisia, per non dire del Sinai – l’Isis penetra a sud. Dal Mali alla Tanzania si moltiplicano segnali e attentati. 
Oltre ai territori è sul tavolo dei migranti, soprattutto minori non accompagnati, che l’Isis gioca le sue carte. Nell’area i francesi giocano coi resti dell’impero d’Oltremare, grazie al placet Usa, e la Cina rafforza il suo peso ogni giorno. Una ragione in più perché torni utile qualche vessillo nero, prima delle bandiere rosse.

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