Opinioni

Siamo usciti perché eticamente piccoli

Maurizio Baruffaldi

Abbiamo sbagliato tutto. Non siamo riusciti a trasmettere l'ovvio alle nuove generazioni. Nonostante la storia sia lampante e atroce, ci ritroviamo quasi un secolo dopo a commentare il balletto macabro che va in scena con sempre più frequenza. Non sanno, poveretti. Non hanno un numero sufficiente di parole, non hanno tempo di indagare e comprendere, sono incazzati col mondo e con se stessi. Il fascismo è chiusura e soppraffazione: un gregge pronto ad accoglierli. E il calcio fa da cassa di risonanza. Dalla foto di Anna Frank a quel ragazzotto che esulta mostrando la maglia sotto, come ha visto fare ai suoi idoli decaduti: solo che la sua è quella delle Rsi, e lo fa in una città che ha subito lo strazio di una strage abominevole. Come si può essere così inetti? Ma soprattutto: chi gli ha messo in testa  l'inutilità tragica di un gesto del genere? Forse è l'umore diffuso. Il gruppo di innominabili che ha fischiato l'inno della Svezia la dice tutta. È il soffio che contiene il vento. I fascistelli ignari a loro stessi sono stati seminati da questi atteggiamenti senza dignità, da faciloni. Non c'è orgoglio senza rispetto. 
Siamo usciti dai Mondiali anche perché eticamente piccoli. Inadatti al mondo. Troppo simili al Tavecchio che ci ha condotto fin qui. E questa nazionale piena di cuore e improvvisazione ma sfilacciata e impotente, ci rappresenta. Con quelle pettinature tutte uguali, quel rasato che richiama i soldatini del ventennio. E poi: a parte il Gigi, che però va in pensione, non c'era in campo un campione. L'unico era altrove, ma ha la pelle nera e l'accento bresciano, e non ci ha creduto né lui né noi. Il migliore lunedì è stato un mezzo brasiliano. Per favore: Ius soli, e subito, ragazzi. Perché il ceppo ha bisogno di innesto e vigore.

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