Opinioni

Ci serve un Metro 4.0 per guardare al futuro

Stefano Pacifici

Ero convinto che mia nonna, nata col Novecento, avesse attraversato, nei suoi novant’anni, una prateria enorme, che andava dai tram a cavalli all’impronta di Armstrong sulla luna. E invece mi sbagliavo.

La verità è che mia nonna ha sì attraversato una prateria, ma  ha anche avuto il tempo di annusare il futuro, digerire i cambiamenti, domarli un po’ alla volta. E noi oggi invece no. Sarà, ma l’impressione è che mai come ora chi si ferma è perduto. Io stesso mi rendo conto di aver cominciato con la carta carbone tra i rulli di una Lettera 44. Nel giro di poco ho avuto a che fare con schermi a fosfori verdi. Oggi con un palmarino da quattro soldi posso  scrivere, impaginare,  creare un bel pdf e mandare in stampa (magari via social, che la mail è già vecchiotta). In mezzo mi sono scivolati dalle mani i fax, i videotel, le segreterie telefoniche, “l’ultima frontiera” degli sms.

Dove stiamo andando? Non lo so. E credo che pochi sarebbero in grado di fare le cassandre. Ma so che è tardi per stare lì buttati sul divano a fare resistenza passiva e scavare trincee.  Mentre ancora ci domandiamo che impatto avranno i robot sul lavoro, i robot il lavoro se lo sono già preso (prendi una fabbrica di auto, un automa concierge siliconato , un robo-advisor che investe in azioni, i bot-cronisti della Washington Post). I droni ci volano già sulle teste, sull’uscio aspettano i robosoldati (questo per fortuna non sarà un gran danno). E mica solo il lavoro, si sono presi. Stanno divorando la nostra comunicazione sociale, e pure il sesso (Robosex, lo abbiamo raccontato proprio su queste pagine). Presto ci afferreranno per la collottola e ci caleranno in un bladerunner che tanto (ma tanto, a quei tempi) ci sembrava futuro. Mentre una politica sempre in ritardo sta lì a discutere come regolare le driverless, a Dubai la polizia già cavalca moto volanti da Star Wars. Per non pensare a cosa accadrà quando avremo tra le mani un laptop quantistico. Sì, stiamo in pancia a un acceleratore planetario  i cui tempi non coincidono più con i nostri. Non ci aspetta.

Dice: vabbè, ma che c’entra Metro? C’entra, c’entra. Quando siamo nati internet era roba da 56k via cavo, i cellulari non erano smart e noi umani non eravamo così carne da social. Un paradosso: nati e cresciuti con tante news in poco spazio, forse dobbiamo domandarci se non sia il momento di riprenderci la profondità.  E poi c’è da difendersi dalle fake. Che sono tante, almeno quante le nostre sbadataggini nel verificare chi le ha messe in giro. Altrimenti facciamo la figura di quelli che si bevono qualunque fesseria di un pincopallo.

Bene: la carta, questa profondità, ce la concede. E incredibilmente ridiventa oggi, in un pianeta all digital, indispensabile. Ecco, sarà un po’ un cambio pelle, ma senza alchimie che tocchino il dna. Insomma:  proviamoci, a governare il futuro. Che è già diventato presente. #staytuned.

STEFANO PACIFICI

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