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Il segreto delle lacrime ne "Il pianto di Camilla"

Libri/Elena Gaiardoni

Perchè i bambini nascono piangendo? Questa domanda è l'anima del suo libro. Com'è nato "Il pianto di Camilla"? 
Nasce 21 anni fa su richiesta della mia migliore amica Donatella, all'epoca incinta di Francesca, che mi chiese un racconto dedicato solo alla figlia. Esclusivamente a lei. Doveva essere, nelle intenzioni, una fiaba raccontata ad una bambina finchè, una notte, mi sono svegliata con una domanda: perché i bambini nascono piangendo? Da lì, questa che doveva essere una fiaba è diventata un poema, nell’antico senso della parola.

Nel suo libro Re Porfirio vuole vietare a tutti (neonati compresi) di piangere. È davvero quasi una fiaba, a metà tra il mistico e l’epico, ma parla di un tema sempre attuale: la liberazione di quella lacrima che ci aiuta a crescere e ad accettarci.
Certo. Il pianto è una liberazione da un qualcosa che forse nemmeno conosciamo. Noi abbiamo un palcoscenico interiore dove si ammassano immagini, ricordi, emozioni e sentimenti che le lacrime, come fossero lenti di ingrandimento, ci permettono di vedere per bene.

L’angelo Tatiana, il folletto Carta, l’Aquila Beatrice, la tigre Sveva. La faccio arrabbiare se le chiedo se il suo libro è anche un fantasy?
Sì. Non amo questa dicitura, perché allora potrei dirle che anche la Divina Commedia di Dante è un fantasy. Ogni passaggio del mio libro, anche quelli che possono apparire irreali, ha un attinenza con la realtà: ognuno ha un suo significato letterario ben specifico.  La tigre Svevia per esempio, è un omaggio alle Metamorfosi di Ovidio, anche se la meccanica della metamorfosi è inversa. Lo stesso nome di Camilla è stato scelto per l’immagine della virago dell’undicesimo canto dell’Eneide Il folletto Carta invece è un chiaro omaggio a Torquato Tasso.

È corretto dire che il personaggio di Manfredi richiama in qualche misura quello di Lancillotto?
No, non direi. Manfredi nelle mie intenzioni era proprio l’immagine dell’essere guerriero. Non c’è nulla della saga di Re Artù in questo libro.

Lei scrive che le lacrime escono dagli occhi ma nascono altrove.
Sì, io credo che bisogna imparare a piangere, come ha detto anche Papa Francesco. Ma il pianto non può essere una espressione legata a momenti particolari, come la rabbia, il dolore o la commozione: il pianto a cui mi riferisco io è una cosa che l’uomo deve saper cercare dentro, consapevole che si tratta di una goccia che può pulirlo dalla tristezza di una vita.

Ancora oggi però non tutti sanno piangere, non trova?
Si vergognano tuttora di farlo. L’ultima volta che Obama pianse in pubblico fu criticatissimo perché un Presidente degli Stati Uniti non avrebbe dovuto farlo. Anche Wojtyla fu criticato.  È considerata una forma di debolezza. Invece, per me è un segno di forza. Un uomo vero non piange mai: questo ti insegnano, ed in questo modo blocchiamo una delle sorgenti di purificazione dell’uomo.

A.B.

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