Opinioni

Noi, Weinstein e i nostri sessismi

ANGELA BUBBA

Nonostante il caso Weinstein sia ormai di rilevanza internazionale, in Italia siamo riusciti a farlo diventare quasi un problema di casa nostra, una vicenda con nostre dinamiche e nostri, ahimè, inevitabili sessismi. Dopo la confessione di Asia Argento, più che una posizione netta contro il magnate di Hollywood si è preferito puntare tutto sull’esagerazione della vittima, la quale secondo non pochi peccherebbe di megalomania, di mero esibizionismo. Sarebbe dunque solo un’iperbole mentale, un gesto da non prendere sul serio perché avvenuto a distanza di vent’anni, perché è occorso molto tempo, ad Asia Argento e alle altre numerose attrici, per trovare un certo tipo di forza, una spinta che le facesse andare contro a un uomo e soprattutto al potere di cui è artefice e simbolo, contro un meccanismo malato quanto usuale e che naturalmente non riguarda solo Hollywood e il cinema. 

La banalità del male, per dirla con Hannah Arendt, è infatti ovunque, è visibile e percepibile. Al bene al contrario non siamo avvezzi, e forse per questo facciamo più difficoltà, ad individuarlo così come a difenderlo. Il bene ci spaventa, e ancora di più la sua protezione, le ferite che nascono là dove esso manca. 

Schierarsi dalla parte dell’orco dà invece quasi sicurezza, in un paese particolarmente machista come può essere l’Italia. Minimizzare, ammansire, dire che quel fatto non è successo: è la migliore garanzia per il minor spreco di energie, e di intelligenza.    

Se tutto questo non fosse successo ad Asia Argento, se fosse cioè successo a un personaggio di minore impatto mediatico, le cose, credo, sarebbero andate diversamente. C’è il rischio che il livore scatenatosi contro l’attrice italiana passi quasi per un pareggiamento di conti, una rivendicazione da moralisti più che una reale percezione di ciò che è accaduto. Il che rende la vicenda ancora più avvilente, ancora più triste.

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