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Foodora: i riders arrivano in aula

TORINO/LAVORO

LAVORO Il caso Foodora, colosso delle consegne di cibo d’asporto in bicicletta che ha rivoluzionato il take away, approda in tribunale.  Ha preso il via mercoledì davanti al giudice del lavoro di Torino la causa - la prima in Italia - intentata da sei riders che fino allo scorso anno lavoravano per la società. I riders hanno chiesto di essere reintegrati nel posto di lavoro.

La vicenda risale alle scorso anno, quando un gruppo di lavoratori organizzò alcune proteste per il trattamento economico loro riservato. Dopo la mobilitazione, l’azienda non ha più fatto lavorare i sei giovani, nonostante avessero dato la disponibilità. 

Nel corso della prima udienza, il giudice ha invitato le parti a trovare un accordo, ma il tentativo di conciliazione é fallito.  «Il rapporto che legava i riders all’azienda - spiegano gli avvocati Bonetto e Druetto - aveva le caratteristiche del lavoro subordinato. I ragazzi dovevano essere reperibili in maniera costante e continuativa. Però non avevano diverse tutele, tra cui quella antinfortunistica. E i diritti devono essere tutelati a prescindere». 

Inizialmente i fattorini di Foodora erano retribuiti 5,60 euro l’ora, mentre da ottobre 2016 fu introdotto anche un regime di “cottimo integrale”. Però, secondo il ricorso, i lavoratori retribuiti a ore venivano sovra-impiegati, mentre quelli a cottimo erano lasciati sostare ai punti di partenza, generando così un guadagno di immagine all’impresa.
«Questo - continuano i legali - è un fenomeno di tipo nuovo. Serve una definizione. Altrimenti non viene rispettata la dignità del lavoratore». Dopo gli scioperi dello scorso anno contro le condizioni di lavoro di Foodora, i sei rider non vennero più chiamati. «Un licenziamento orale», che per i ricorrenti è illegittimo.

SIMONA LORENZETTI

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