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Mosul libera E ora Raqqa

Maurizio Zuccari

L'OPINIONE Mosul è libera. Camicia nera e bandierone iracheno in collo, l’ha urlato Al Abadi, lo stesso premier che a ottobre aveva annunciato l’offensiva finale. Nove mesi dopo, la capitale del califfato in Iraq è infine caduta, anche se in città si sparacchia ancora e le sacche di resistenza jihadiste sono lungi dall’essere zittite. Ma la battaglia è vinta, ora i riflettori possono spegnersi sul trantran che verrà: isolati da ripulire fino all’ultimo cecchino, autobombe che scoppieranno in quel che resta della città, tanto per far capire che Mosul è caduta, ma nel resto del paese che una volta si chiamava Iraq, di qua e di là dalla vecchia frontiera con la Siria, lo stato islamico non è sconfitto. Una vittoria salata, quella del governo sciita di Baghdad: metà del suo esercito fuori combattimento, tre quarti della città rasi al suolo e poche prospettive di ritorno a breve per il milione di profughi che l’abitavano. 

Mosul è libera, anche se non c’è più, come il paese che l’ha liberata, annichilito da decenni di guerre civili e non, e dal nuovo ordine geopolitico. Al Abadi dopo aver cantato vittoria s’è affrettato a chiedere agli Usa un miliardo di dollari per continuare la guerra all’Isis e altrettanti per ridare una parvenza di vivibilità alle aree distrutte. Ma mentre il ronzino iracheno campa aspettando d’essere foraggiato da nuova biada, sulle macerie d’un paese distrutto pende la minaccia del referendum che il 25 settembre dovrebbe sancire l’indipendenza anche formale del Kurdistan. 

Quanto vale per l’Iraq lo è a maggior ragione per l’altro stato smembrato dell’area, la Siria, e dunque Raqqa. Lì è iniziato l’assalto al cuore dell’altra città simbolo dello stato islamico proclamato da Al Baghdadi. E non c’è bisogno d’un referendum che lo sancisca, la città se e quando sarà liberata dai curdi resterà a loro, al posto del nero vessillo del califfo sventolerà quello col sole ardente del neonato Kurdistan. Ammesso che i curdi, divisi, possano reggere un bagno di sangue come quello pagato dagli sciiti iracheni a Mosul. Tanto più che la Turchia di Erdogan continua a sparare tanto sulle unità del popolo filocomuniste che sul Free army sponsorizzato dagli Usa, ed è disposta a tutto per evitare il formarsi d’una tale congerie alle porte di casa. In questo quadro, la stretta di mano tra Putin e Trump al G20 d’Amburgo ha consentito se non altro una tregua sul fronte siriano più sensibile ma oscurato dai media occidentali: quello sud, ai confini con Israele. Il convitato di pietra ma deus ex machina del pasticciaccio brutto nel vicino Oriente.

MAURIZIO ZUCCARI
Giornalista e scrittore

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