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Paolo Villaggio, uno scrittore innanzitutto

PAOLA RIZZI

La partita a tennis di Fantozzi con il ragionier Filini è uno dei vertici della comicità italiana. Ne ho un ricordo che risale alla primissima adolescenza, ma nulla a che vedere con il cinema.  Tutta l’assurda partita all’alba, in un campo avvolto nella nebbia, l’ho letta ridendo da sola nel primo libro della serie scritto da Paolo Villaggio nel 1971, un best seller da un milione di copie. I film arrivarono dopo, sull’onda del successo editoriale, esattamente il contrario di quello che succede ora, dove non c’è comico televisivo che non si senta in dovere di darsi alla letteratura. Villaggio invece era uno scrittore vero, (i suoi libri sono tra i più tradotti), che ha svelato la miseria grottesca dei borghesi piccoli piccoli sotto la retorica del boom economico, creando maschere immortali (Fantozzi, Filini, la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare) e una neolingua ricca di iperboli e metafore che tuttora ci accompagna: il mega direttore galattico, la nuvola dell’impiegato, rutto libero. E naturalmente  “fantozziano”, vera e propria categoria sociologica. Persino quel “è una cagata pazzesca” riferito alla Corazzata Potemkin, dopo Villaggio ha assunto una sfumatura più sofisticata. Villaggio si vantava che il poeta russo Evtushenko lo indicasse come lo scrittore italiano che apprezzava di più perché gli ricordava Gogol. Ma per noi ragazzini ignari la misura del valore era leggere i suoi libri ad alta voce in gruppo, continuamente interrotti dalle risa.  PAOLA RIZZI

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