Opinioni

Il mio sonno è una piuma

Maurizio Baruffaldi

Verso le quattro di mattina mi sveglio. Per un sogno giunto all'epilogo inaspettato. Per l'esaurita spinta della fase rem. Per il caldo. Il collo fradicio di sudore, la fodera del cuscino stropicciata mi sollevo stremato e mi affaccio allo specchio grande del bagno. Bagno l'asciugamano e come un sudario la passo sul petto, le ascelle, il collo, la fronte. Troppo stanco per pisciare in piedi mi siedo sulla tazza del water, i gomiti alle ginocchia e le mani a incrociarsi in una molle preghiera. Ma non prego. E non penso. Sto. La breve cascata dello sciacquone mi regala una suggestione montana, ed esco fiducioso in balcone. Una sottile brezza mi accoglie: l'odore dell'estate esiste, e sa illuderti. 

In cucina apro il frigo. La sua luce carbonara esalta la ricca spesa fatta ieri, ma non potrei mai masticare: solo un lungo sorso d'acqua a canna, il più alto dei godimenti. Quello che ogni volta che alzo un bicchiere di vino  dimentico. Mi restano tre ore prima della sveglia. Torno nella camera, dove stesa sul matrimoniale (dai figli in poi diventato 'il lettone') mia moglie dorme a pancia in giù, mostrandomi l'armonia che conosco bene e sempre mi sorprende. So che respira, ma nemmeno sembra. Il mio sonno è invece una piuma, fragile come una certezza, e allora abbasso la tapparella, per non farmi torturare dagli spifferi del giorno. Socchiudo pure la finestra, perché il sottofondo ostile del traffico sta montando, e perchè l'alba è sempre più fresca della notte. Tanto lei non suda mai. Lei non ha scorie. 

Mi preparo nella posa che preferisco e partono quei minuti lunghi, bui e frenetici, che inseguono un sonno come fosse una preda, e invece è un abbraccio. E non mi vuole.
Sono quasi contento quando arrivano le settemezza. Entro nella camera delle ragazze a valutare la situazione: voglio che dormano più che possono, adesso che possono. La finestra è spalancata, la tapparella alta; il ventilatore comprato in un negozio di cinesi soffia gentile; come se stesse raccontando loro una storia così sottile da infilarsi nel sogno. Spezzata improvvisamente da un megafono, da una donna dall'oratorio vicino, che lancia  incitamenti ai ragazzi. Devono solo raggiungere il pullman per una gita, eppure il tono è agitato come se dovessero attraversare il deserto del Sinai: la sento come se fosse qui, sul balcone, ingombrante come tutto ciò che urla senza dolore. 

Ma per le due ragazze nulla è cambiato. Gli occhi chiusi in un altrove inattaccabile. Le bocche semiaperte, di stupore e nutrimento. La stessa postura della loro madre. Mi siedo a guardarle. Invidioso e felice. Fino a quando il pullman parte con un rombo dinosauro.

MAURIZIO BARUFFALDI
Giornalista e scrittore

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