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Lilin: Vi porto 60 giorni all’inferno

Nicolai Lilin

TELEVISIONE «Sono nato criminale, mio padre rapinava i treni». Si presenta così Nicolai Lilin, lo scrittore, autore del best seller Educazione Siberiana (da l’omonimo film di Salvatores), che ha assaggiato il carcere nella Russia post-sovietica, introduce gli episodi della docu-serie I miei 60 giorni all’inferno (da oggi alle 22 su Crime+Investigation, canale 118 di Sky).

Lilin, siamo alla II stagione, tanta l’attesa da parte dei fans.
Tra vari reality questo è forse il più importante prodotto da Sky. Non è un programma d’intrattenimento né un talent di sopravvivenza, ma un esperimento duro che mette in luce i lati negativi della società moderna Usa.

E cosa dobbiamo aspettarci?
Il programma smonta molti miti legati all’idea di perfezione. 8 innocenti vengono messi nel carcere di max sicurezza, Fulton County Jail di Atlanta, dove ogni giorno ci sono scontri. Tra loro c'è anche un’ex guardia carceraria che ha deciso di provare come si vive da prigionieri. È un ex militare con sue convinzioni e va per scoprire il lato oscuro della società di cui fa parte.

Com’è stata la selezione dei candidati?
Dura. In tanti volevano partecipare. Abbiamo individuato profili psicologici precisi: occorrevano persone con nervi saldi, coraggio, forza fisica, emotivamente stabili che per 2 mesi dovranno confrontarsi con risse, violenza, droga, giochi di potere.  7 giorni su 7, 24 ore su 24, le telecamere seguono da vicino e senza censura i partecipanti, nella loro vita a stretto contatto con guardie e criminali, tenuti all’oscuro dell’iniziativa. 

Donne più fragili? Solo una ha superato l’esame in questa stagione.
Non sempre. Anzi a volte sono emerse nei blocchi femminili  violenze inaudite tra compagne di cella che non ti aspetteresti dalle donne.

Target del programma?
Per tutti i curiosi che vogliono sapere, come funziona un sistema, una parte della vita. Tutto quel che facciamo dalla nascita è stare dentro delle regole date dalla società e il carcere è la barriera presente nella nostra educazione: un giovane che in una situazione divertente può attraversare quella sottile linea rossa è frenato dal vedere il carcere.

Vista la sua esperienza, che idea si è fatto del carcere?
Non migliora, anzi a volte peggiora la situazione di chi ci finisce dentro, e crea risultati opposti, esaltando spesso il lato criminale dell’individuo.

Cosa si sente di dire ai ragazzi che pensano sia cool essere, ad esempio, come Pablo Escobar?
Mi è capitato di presentare libri in carceri, scuole, comunità giovanili, e d’incontrare ragazzi che pensano di diventare milionari imitando i criminali. Io ho vissuto in un carcere di max sicurezza per 5 giorni, con un ergastolano che aveva 15 ergastoli da scontare, e respiravo violenza. Credetemi, sono stato in carcere minorile e so cosa significa. Oggi essere Escobar è di moda: uno vende 5 grammi di fumo e si vanta di essere un trafficante, perché non ha visione di quel che succede. Spero che il programma faccia vedere il volto reale del carcere, perché più reale di questo c'è solo l'esperienza diretta.

Oltre alla scrittura, lei disegna, fa tatuaggi, tiene lezioni all’università e colleziona coltelli.
Faccio tante cose: tatuo da quando avevo 8 anni. Ho imparato dai più vecchi del mio quartiere. Mio nonno era un tatuatore considerato un criminale, perché la persona, il suo corpo, era proprietà dello stato a quei tempi...

 

ORIETTA CICCHINELLI

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