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Il lavoro di domenica non è progresso

Maurizio Baruffaldi

La domenica è giorno di riposo dal lavoro, e dedicato al culto di Dio. La sua etimologia lo certifica: Giorno del Signore. Da bambino mia madre la domenica mattina mi mandava a messa, con le scarpe adatte. Così avevo due alternative: fare una puntatina in chiesa, stare in fondo, ma riuscendo a farmi vedere da qualcuno che poteva certificare, e subito dopo il kyrie eleison ripetuto tre volte sgattaiolare; o non andarci proprio e volare subito alle porticine del pratone. La fase che nella Messa anticipava il kyrie eleison era l’atto penitenziale, e a me una penitenza toccava anche quando bigiavo la cerimonia: giocare a calcio con quelle scarpe lucide e con la suola in cuoio era contro il tocco di palla, contro l’equilibrio in corsa, e soprattutto faceva venire le vesciche. Ma non è che la messa fosse richiesta da assidui praticanti: in quella fine degli anni sessanta era giusto che un ragazzino ci andasse, così come si timbra il cartellino. Una regola che oggi appare aliena, e lo è, ma allora, anche in una città come Milano, ci si distingueva e compattava intorno a una parrocchia. La stessa società di calcio nella quale giocavo ne portava il nome. Pur bigiando il più delle volte il luogo dove si celebrava il mistero della fede non conoscevo però nessuno che andasse a lavorare quel giorno, a parte l’omino delle caldarroste fuori dal recinto del campo da calcio e l’arbitro che ci correva dentro. Era la domenica, così com’era scritta sul vocabolario. Oggi il travajo domenicale è sdoganato senza alcuna concessione spirituale o professionale, e ci piace che sia così. Ma non è progresso tutto ciò che apre. La questione delle domeniche nei centri commerciali non si può liquidare con un’alzata di spalle da uomini di mondo. È comodo andare al supermercato (prima c’erano le aperture straordinarie, adesso è sempre straordinario) perché ti sei dimenticato il prezzemolo e il pesce che stai cucinando lo reclama; oppure perché la domenica ti annoi e ne approfitti per fare la spesa in relax. Comodi, come argomenti, ma non validi. Perché costa parecchio, a chi ci lavora, la nostra comodità. Informatevi, da chi vorrà ovviamente rimanere anonimo. Straordinari e festivi pagati, scatti di carriera, tutele per la maternità te li sogni, in buona parte del settore commercio. In più sei facilmente ricattabile. Devi disponibilità assoluta. E con orari ballerini. E spessissimo lavori in subappalto, con le cooperative, che ti pagano meno di quelli assunti. Non potrebbero reggere i costi del sempre aperto e fino a tardi, senza queste deformazioni. Il progresso è sano. Direi anche santo, per stare nel giorno del signore. Ma in questo caso ha messo la retromarcia.

MAURIZIO BARUFFALDI

GIORNALISTA

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